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Non si ferma la violenza in Centrafrica Non si ferma la violenza in Centrafrica  (AFP or licensors)

Il dolore del Papa per la strage in Centrafrica: cessi la violenza

Dopo la preghiera dell’Angelus, Papa Francesco ha lanciato un appello per il Centrafrica dove uomini armati hanno massacrato circa 40 persone, tra cui due sacerdoti, nel Sud del Paese

Sergio Centofanti - Città del Vaticano

All’Angelus il Papa ha ricordato con commozione il massacro compiuto in Centrafrica nei giorni scorsi:

Con dolore ho appreso la notizia della strage compiuta due giorni fa in un campo di sfollati nella Repubblica Centrafricana, in cui sono stati uccisi anche due sacerdoti. A questo popolo a me tanto caro, dove ho aperto la prima Porta Santa dell’Anno della Misericordia, esprimo tutta la mia vicinanza e il mio amore. Preghiamo per i morti e i feriti e perché cessi ogni violenza in quell’amato Paese che ha tanto bisogno di pace. Preghiamo insieme la Madonna: Ave Maria ... .

Il massacro ad Alindao

La strage è stata perpetrata ad Alindao, nel Sud del Paese, contro un campo profughi della Diocesi che ospitava più di 26.000 sfollati interni: almeno 40 i morti, tra cui due sacerdoti, il vicario generale della diocesi di Alindao, Blaise Mada, e padre Célestin Ngoumbango, sacerdote della parrocchia di Kongbo. In molti sono stati bruciati vivi. Case e rifugi di fortuna sono stati saccheggiati o distrutti. L’attacco è stato portato dai ribelli ex Seleka dell'Upc (Unité pour la Paix en Centrafrique), in gran parte musulmani, in un momento molto delicato per il Paese e in una zona ricca di miniere d'oro e di diamanti. Testimoni locali hanno denunciato l’inazione delle forze di pace Onu presenti, la Minusca.

Contrasti tra potenze straniere

C’è da registrare che giovedì scorso, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha discusso a New York il rinnovo della missione Onu presente dal 2014 e oggetto di molte critiche a causa della sua incapacità di affrontare la violenza. A queste critiche si sommano i contrasti tra alcune potenze straniere che vogliono gestire la crisi centrafricana. Il Consiglio ha preso tempo, votando all'unanimità la proroga di un mese della missione, in attesa di una nuova votazione il 15 dicembre. In questa situazione una ventina di gruppi armati agiscono quasi indisturbati spadroneggiando sulle popolazioni indifese e saccheggiando le risorse naturali del Paese.

La fuga dei civili

L’attacco ha provocato la fuga di migliaia di civili che si sono riversati nella boscaglia. In Centrafrica si stima che un quarto dei 4,5 milioni di abitanti sono fuggiti dalle loro case: gli sfollati interni sono circa 690mila, mentre sarebbero 570mila quelli rifugiati nei Paesi vicini.

Denuncia dei vescovi: chi lascia fare è complice

I vescovi del Centrafrica hanno espresso dolore e costernazione per la strage e ribadiscono il loro appello al governo e alla forza di pace Onu a “coordinare le loro azioni per assicurare che gli autori di questi omicidi e i loro mandanti siano arrestati e consegnati alla giustizia”. “La Chiesa cattolica - affermano - è diventata bersaglio di gruppi armati criminali in Centrafrica” perché “la malvagità criminale non può rimanere impunita a tempo indeterminato. Guai alla complicità responsabile di coloro che hanno il dovere di intervenire per fermare questi crimini contro l'umanità, ma che lasciano fare”. I presuli invitano “l'intera comunità cristiana a rimanere calma e in preghiera per non cadere nella trappola del ciclo della vendetta”.

Ucciso un altro casco blu

Venerdì sera, uomini armati hanno attaccato una base delle Nazioni Unite nella parte occidentale del Paese. Un casco blu è rimasto ucciso. Nel 2018 sono morti sei peacekeeper Onu.

Papa Francesco pellegrino di pace in Centrafrica

Dopo la visita di Papa Francesco in Centrafrica nel novembre 2015, per l’inaugurazione a Bangui del Giubileo della Misericordia, il Paese aveva ritrovato un periodo di pace. Francesco era giunto come “pellegrino di pace”, incontrando cristiani e musulmani e invitando al perdono, a mettere da parte l’odio, a non avere “paura dell’altro, di ciò che non ci è familiare, di ciò che non appartiene al nostro gruppo etnico, alle nostre scelte politiche o alla nostra confessione religiosa”.

Cristiani e musulmani sono fratelli, cause non religiose degli scontri

Nella visita alla Moschea centrale di Bangui aveva pronunciato parole forti e chiare: “Tra cristiani e musulmani siamo fratelli. Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali. Sappiamo bene che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro Paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi. Chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace. Cristiani, musulmani e membri delle religioni tradizionali hanno vissuto pacificamente insieme per molti anni. Dobbiamo dunque rimanere uniti perché cessi ogni azione che, da una parte e dall’altra, sfigura il Volto di Dio e ha in fondo lo scopo di difendere con ogni mezzo interessi particolari, a scapito del bene comune. Insieme, diciamo no all’odio, no alla vendetta, no alla violenza, in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio. Dio è pace”.

Responsabilità internazionali nello sfruttamento delle risorse

Il Pontefice aveva richiamato l’attenzione dei responsabili del Paese, dei partner internazionali e delle società multinazionali “sulla loro grave responsabilità nello sfruttamento delle risorse ambientali, nelle scelte e nei progetti di sviluppo” perché tutto fosse orientato verso la solidarietà e costruzione di una società prospera.

 

18 novembre 2018, 12:12