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Papa Francesco e il patriarca copto-ortodosso Tawadros II Papa Francesco e il patriarca copto-ortodosso Tawadros II 

Incontro di Bari. Tawadros II: la preghiera è l’arma migliore contro i conflitti

Questo il “messaggio” che i Patriarchi di tutto il Medio Oriente insieme al Papa vogliono lanciare da Bari al mondo e alla comunità internazionale in nome delle loro nazioni e dei loro popoli. Intervista al vice direttore dell'Ufficio Ecumenico della diocesi pugliese

“Noi crediamo e confidiamo che la preghiera costituisce il più grande potere per tirarci fuori da ogni problema, risolvere i conflitti e illuminare il nostro futuro nella pace e nella riconciliazione”. Con questo “stato d’animo”, Tawadros II, patriarca della Chiesa copto-ortodossa d’Alessandria, si appresta a partecipare il 7 luglio a Bari alla Giornata di riflessione e preghiera per la pace in Medio Oriente rispondendo all’invito di Papa Francesco. In un’intervista all’Agenzia Sir, il Capo dei copto-ortodossi di Egitto, sottolinea l’importanza della preghiera di tutti i Capi delle Chiese del Medio Oriente per la pace in questa martoriata regione. “Il nostro stare insieme – dice – è un segno del nostro amore l’uno per l’altro, e questa è la cosa più importante nel nostro incontro. Sapere che siamo lì per pregare gli uni per gli altri in questi momenti di difficoltà sicuramente porterà conforto a coloro che soffrono”. “Vorremmo che tutti nel mondo capissero che il cristianesimo è profondamente radicato nella regione del Medio Oriente, - sottolinea il patriarca Tawadros - quindi è importante che vi chiediamo di comprendere le nostre tradizioni e i principi su cui viviamo. Per favore, non interferite negli affari interni dei nostri Paesi. Noi possiamo risolvere i nostri problemi nello spirito dell’amore, del dialogo e della comprensione”.

Come afferma ai nostri microfoni don Alfredo Gabrielli, vice direttore dell'Ufficio Ecumenico della diocesi di Bari-Bitonto, una riflessione sulla pace in Medio Oriente non poteva che essere ecumenica perché quando parliamo di pace noi cristiani siamo divisi ed è difficile dare una presenza credibile della nostra presenza nel mondo

Ascolta l'intervista a don Gabrielli

R. – Intanto, dobbiamo essere consapevoli di quello che è il significato della presenza cristiana nel mondo di oggi. Penso che Papa Francesco su questo stia molto insistendo; al di là dei nostri rapporti interconfessionali, quello che può essere la presenza cristiana, il significato del cristianesimo, per l’intero mondo di oggi. E quindi una riflessione sulla pace nei territori del Medio Oriente non poteva che essere ecumenica, perché, se su queste questioni, quando parliamo di pace, noi ancora cristiani ci mostriamo divisi, è difficile dare una testimonianza efficace della nostra presenza nel mondo. E poi sicuramente la scelta della città di Bari, e quindi di recarsi come pellegrini dinanzi alle reliquie di San Nicola ha questo significato: trovare colui che ha dato un esempio di vita riconciliata e di pace; anche, come sappiamo dai suoi pochi tratti biografici, in situazioni non riguardanti solo i cristiani. Ecco, allora recarsi tutti lì in preghiera: questo accomuna i cristiani cattolici e i cristiani ortodossi, proprio per trovare qualcosa che ci spinga insieme in avanti.

Che cosa significa porsi di fronte ad un fratello di un’altra confessione per un sacerdote? E in particolare penso a lei, e al suo ruolo di vicedirettore dell’Ufficio ecumenico?

R. – Intanto, noi non ci poniamo gli uni di fronte agli altri, ma a fianco nella stessa direzione. Questo mi sembra molto importante: proprio questa comune direzione in cui guardare tutti quanti i cristiani delle diverse confessioni. Questa è la prospettiva della preghiera di quella mattina. Solo se si guarda insieme in questa direzione, poi si avrà più facilità anche per guardarsi gli uni di fronte agli altri, affrontare anche determinate questioni con un clima diverso, perché si condividono gli stessi fini, gli stessi desideri; e quindi questo fa trovare delle soluzioni più concilianti.

La gente di Bari, i baresi, questa città “porta d’Oriente”, come vive l’ecumenismo “quotidiano”, chiamiamolo così?

R. – Intanto c’è il microcosmo della Basilica di San Nicola. Dal 1966, nella cripta della Basilica, è stato creato un luogo di culto ortodosso – una piccola cappellina – adesso insufficiente per il numero di ortodossi che vengono a Bari; per cui anche loro celebrano sull’altare, sulla tomba di San Nicola. Allora, quando un barese si reca nella cripta di San Nicola, vede accanto a lui un fedele ortodosso - e lo si riconosce dagli abiti, dal modo in cui prega, dal modo di fare il segno della croce -, che sta pregando insieme con lui. E questo crea davvero un microcosmo di preghiera ecumenica. Poi, come secondo aspetto, c’è il fatto che nel corso degli anni diverse chiese cattoliche sono state affidate in gestione a delle comunità ortodosse per i loro culti, per le loro necessità. E allora è bello che la domenica mattina, per le strade della città vecchia di Bari, si possano incrociare i diversi fratelli delle diverse confessioni, ciascuno che si reca nella propria chiesa per la liturgia. E questo dà un bel clima di festa.

Vuole aggiungere una personale aspettativa dal pellegrinaggio di Papa Francesco…

R. – Noi ci mettiamo nelle mani di Dio sempre, tutti i giorni. L’importante è aver trovato una direzione comune in cui camminare, e penso che il Papa davvero sia stato ispirato dallo Spirito Santo per un incontro di questo genere. Camminando insieme poi, si apre il cammino, e le prospettive dell’anno; io sono fiducioso di questo: nella fede. Non so in che forma, non so in che modo, ma sono fiducioso che qualche cosa accadrà.
 

04 luglio 2018, 11:58