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Papa Francesco: "Guarda il Cristo Crocifisso"

“Guarda il Cristo Crocifisso, in Lui - scrive il Papa - germoglia la speranza che dura per la vita eterna”. Intervista con padre José Tolentino Mendonça.

Amedeo Lomonaco - Città del Vaticano

“Guarda il Cristo Crocifisso, in Lui germoglia la speranza che dura per la vita eterna”. E’ quanto scrive oggi, in un tweet, Papa Francesco nel giorno in cui si ricorda la passione e la morte di Cristo. Sul significato del Crocifisso per i cristiani e per tutti gli uomini, intervista con padre José Tolentino Mendonça predicatore degli Esercizi spirituali ad Ariccia, per la Quaresima, alla presenza del Papa e della Curia Romana:

In Cristo c'è la speranza di tutti gli uomini

R. – Papa Francesco, in questi anni del suo Pontificato, ha in modo insistente chiamato la Chiesa, in tante maniere, a posare il suo sguardo sul Cristo crocifisso: Lui è il vero maestro della Chiesa. Nella Croce ci dà la lezione principale, quella del dono di sé in un abbraccio al mondo e in una capacità di amare, fino alla fine, in un modo universale. Guarda il Cristo crocifisso: in lui c’è la speranza che tutte le donne e gli uomini cercano nel tempo.

D. – Quella del Crocifisso è una speranza viva. Come ha detto anche Papa Francesco, “il crocifisso non è solo un simbolo di appartenenza, è un segno dell’amore di Dio”…

R. – Nella Croce c’è tutta l’umanità crocifissa. Per questo la Croce non è un simbolo particolare, ma è un grande simbolo della universalità del progetto cristiano.

D. – L’esposizione del Crocifisso nelle scuole e nei luoghi pubblici, secondo alcuni, lede il principio della libertà di religione. Il crocifisso, in realtà, abbraccia tutti gli uomini…

R. – E’ una responsabilità nostra, di noi cristiani, quella di parlare del Crocifisso come segno di universalità, segno umano aperto a tutti. E allo stesso tempo dobbiamo difendere questa espressione religiosa nello spazio pubblico. La fede non si vive soltanto “all’interno”, ma, per essere vera, si deve mescolare con la vita: con la vita reale, con la quotidianità delle nostre esistenze, e con lo spazio pubblico. Noi cristiani non possano fare a meno di mettere la Croce nello spazio pubblico della vita civile.

D. – La Pasqua di Risurrezione è il centro della nostra fede. Come ha ricordato il Papa, “è la festa più importante dell’anno liturgico”. Perché nelle nostre chiese domina Gesù, morto in croce e non la sua immagine di risorto?

R. – Questa è la grande svolta: avere la capacità di guardare il Crocifisso, ma nella integralità del mistero pasquale che non finisce nel Venerdì Santo, ma va fino alla Pasqua. Noi non viviamo un altro tempo che non questo “oggi”, nel quale Cristo è risorto. E la totalità del mistero pasquale è il mistero della Chiesa, quel mistero che la Chiesa celebra in ogni Eucaristia. E quel mistero che è la sua sorgente di vita e di senso. Penso che sia molto importante per le nostre comunità uscire da una spiritualità del dolore, alla fine senza speranza. E’ un pericolo grande per i cristiani - e una grande tentazione - quella di vivere soltanto il presente, senza questo sguardo totale che il Cristo risorto permette e al quale chiama ogni cristiano.

D. – Dunque siamo chiamati ad avere uno sguardo totale, integrale. La Croce, del resto, ha due facce: quella della apparente sconfitta e quella, invece, della vittoria sulla morte. I volti del Crocifisso e del Risorto non sono dunque in contraddizione. Sono parole di vita eterna e complementari…

R. – Il cristianesimo è una grande esperienza paradossale: c’è la promessa di una vita e di una eternità che nel corpo del Risorto noi abbiamo visto germogliare. Ma, allo stesso tempo, il cammino è quello del farsi l’ultimo di tutti, andare fino alla fine nell’amore, nella bontà, nella misericordia. E si deve procedere sapendo che quello che la Croce ci chiede è, alla fine, la morte di noi stessi. E nel mistero pasquale noi cristiani celebriamo il senso profondo della vita.

30 marzo 2018, 14:27