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Papa Francesco tra i fedeli durante un'udienza generale Papa Francesco tra i fedeli durante un'udienza generale  (Vatican Media)

Francesco, le parole del 2017: il cristiano non smette mai di imparare

Tra le tante “parole” pronunciate da Francesco nel 2017, ce ne sono tre, "ascoltare, crescere, accogliere", che stanno suscitando un vivace dibattito tra gli stessi cattolici

Sergio Centofanti - Città del Vaticano

Il 2017 è stato un anno molto intenso per Papa Francesco: con i suoi viaggi internazionali (Egitto, Fatima, Colombia, Myanmar e Bangladesh) e in Italia (Milano, Carpi, Genova, Bozzolo, Barbiana, Cesena e Bologna); i quattro Motu Proprio, tra cui “Magnum Principium” sulla concessione di maggiore autonomia alle Conferenze episcopali riguardo alle traduzioni dei testi liturgici e biblici; le 43 udienze generali, svolte in gran parte sul tema della speranza cristiana e da poco sul tema della celebrazione eucaristica, le 102 omelie a Casa Santa Marta, gli oltre 200 discorsi negli incontri pubblici, le 49 omelie pubbliche, i 60 discorsi all’Angelus e al Regina Caeli, i circa 70 Messaggi e le oltre 40 Lettere, tra cui quella ai giovani in vista del Sinodo a loro dedicato in programma nell’ottobre 2018.

 

Papa “progressista” o “tradizionalista”?

Tra le tante, possiamo individuare tre “parole” che hanno caratterizzato quest’anno il Pontificato di Francesco: ascoltare, crescere, accogliere. Sono tre forti esortazioni che il Papa ha lanciato in questo 2017 e che stanno suscitando un vivace dibattito, a volte anche aspro, tra gli stessi cattolici. I cosiddetti progressisti e i cosiddetti tradizionalisti lo tirano per la giacchetta, ma è soprattutto il campo tradizionalista cattolico che ha aperto un confronto senza precedenti, o che almeno non si vedeva dai tempi di Lefebvre. Bergoglio è considerato un conservatore su tanti temi: difende a spada tratta la vita dal concepimento alla morte naturale e la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, condanna con forza la teoria gender, “utopia del neutro” (Discorso del 5-10-2017), denuncia il pensiero unico che invade come una colonizzazione ideologica la scuola facendone un campo di rieducazione, parla del diavolo molto più dei suoi predecessori, senza timore di passare per un uomo del Medioevo (Omelia del 10-02-2017). Ma i tradizionalisti di tutto ciò non fanno intenzionalmente cenno o quasi: riportano, esasperandoli, solo gli interventi che, assolutizzati, dipingono un Pontefice che rompe col passato.

 

La prima “parola”: ascoltare. Dio continua a parlare

E’ in questo contesto che il Papa fa risuonare tre “parole”. La prima è “ascoltare”. Ascoltare lo Spirito Santo che continua a parlare. La Tradizione - ricorda Francesco - è una “realtà viva” e "solo una visione parziale può pensare il 'deposito della fede' come qualcosa di statico”. La Parola di Dio "non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti”, ma “è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare” (Discorso dell’11-10-2017). Non si tratta di cambiare la dottrina - spiega il Papa - ma di capire meglio il Vangelo, perché cresce l’intelligenza della fede. Dio rivela sempre di più il suo amore infinito, come dice Gesù: “Andate, dunque, e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio”. C’è chi accusa il Papa di relativismo o di generare confusione o addirittura di eresia. Lui mette in guardia dal rischio di cadere nell’atteggiamento farisaico che anestetizza la fede riducendola a un rapporto rassicurante con la Legge, una relazione comoda con “una parola scritta e muta”, mentre è l’incontro con il Dio vivo che non cessa di parlare: la preghiera è proprio questo incontro vero, questo affidarsi al Signore, aprendo “il cuore per lasciarsi meravigliare" dal “Dio delle sorprese”. Il cristiano non smette mai di imparare.

 

Il metodo di contrapporre i Papi

Oggi è in atto una vecchia strategia: contrapporre i Papi tra loro. Così Francesco viene messo in contrasto con Benedetto XVI e soprattutto con Giovanni Paolo II. Era già accaduto 40 anni fa: Pio X veniva preso a modello contro i Papi post-conciliari, tra cui lo stesso Papa Wojtyla. Giovanni Paolo II, nella Lettera apostolica “Ecclesia Dei” sulla questione Lefebvre, spiegava il vero significato di Tradizione che "trae origine dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità". Ma è "soprattutto contraddittoria - scriveva Giovanni Paolo II - una nozione di Tradizione che si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi. Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell'apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell'unità nella sua Chiesa". Giovanni Paolo II come Papa Francesco. 

 

La seconda “parola”: crescere. L’umiltà di lasciarsi correggere

La seconda esortazione è “crescere”. Il Papa è molto esigente con i cosiddetti “vicini”. Così i tradizionalisti lo accusano di bacchettare troppo spesso chi è all'interno della Chiesa e di essere troppo indulgente con chi è fuori. Ma le sue parole sono forti perché chi crede di credere non si offenda ma piuttosto lasci il cuore aperto alla correzione e sia in questo modo sempre più vero testimone di una vita cambiata da Dio. “Una fede che non ci mette in crisi - afferma - è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere” (Discorso alla Curia, 21-12-2017).

 

La terza “parola”: accogliere. Saremo giudicati sull’amore

“Accogliere” è il terzo invito. Francesco lo definisce il “Protocollo” sul quale saremo giudicati, il capitolo 25 del Vangelo di Matteo che non si stanca di citare: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…” (Angelus 26-11-2017). Il Papa esorta a compiere i gesti concreti della fede, quelli che scomodano la spiritualità intimista: soccorrere il povero e l’affamato, accogliere il forestiero, visitare i malati e i carcerati. C’è chi lo accusa di essere comunista, c’è chi si è stufato di sentirlo parlare di poveri e migranti, ma il Papa non demorde, pensa al Giudizio finale: alla sera della vita saremo tutti giudicati sull’amore.

 

Tempo della misericordia

Il Papa, nella Veglia di Pasqua (Omelia 15-04-2017), ha ricordato che Cristo, con la sua Risurrezione, “non ha solamente ribaltato la pietra del sepolcro, ma vuole anche far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui (…) Dio irrompe per sconvolgere tutti i criteri e offrire così una nuova possibilità. Dio, ancora una volta, ci viene incontro per stabilire e consolidare un tempo nuovo, il tempo della misericordia. Questa è la promessa riservata da sempre, questa è la sorpresa di Dio per il suo popolo fedele” che è chiamato ad annunciare al mondo intero. Resta una domanda: ma noi cristiani riusciremo a essere misericordiosi tra di noi?

30 dicembre 2017, 13:26