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I modellini della macchina di Santa Rosa realizzati dai detenuti di Viterbo I modellini della macchina di Santa Rosa realizzati dai detenuti di Viterbo

Carceri, i detenuti di Viterbo al lavoro per Santa Rosa

In occasione dell’udienza concessa da Francesco ai Facchini della macchina di Santa Rosa di Viterbo, i ristretti della casa circondariale della città hanno regalato al Papa un modellino della macchina “Volo d’angeli” realizzata con il Centro studi Santa Rosa. La professoressa Rava: con loro progetti di crescita comune all’insegna della disponibilità e del rispetto delle regole

Roberta Barbi – Città del Vaticano

Una macchina che si ferma a metà, prima di piazza del Comune, e non riesce a finire il suo percorso in onore della Santa più importante, quella in cui tutta la città si riconosce e in cui la comunità si identifica. È il 3 settembre 1967 a Viterbo e la macchina in questione si chiama “Volo d’angeli”, costruita dalla famiglia Zucchi. La macchina di Santa Rosa è un’enorme torre fatta di luci e fiaccole che ogni anno i facchini dell’omonima associazione portano in processione il giorno della festa, perciò se una di queste si ferma è un problema: “Volo d’angeli è stata poi revisionata a livello strutturale e l’anno successivo ha terminato regolarmente il percorso attraverso la città, anzi, è rimasta nella memoria dei viterbesi come una delle macchine più amate, utilizzata fino al 1978”, racconta a Vatican News la professoressa Eleonora Rava, direttrice dell’Archivio generale della Federazione delle Clarisse Urbaniste d’Italia.

Ascolta l'intervista con la prof.ssa Eleonora Rava:

La macchina di Santa Rosa, metafora della vita per i ristretti

Con il Centro studi Santa Rosa, Rava cura diversi progetti che coinvolgono i detenuti della casa circondariale Mammagialla di Viterbo, come “Incastri per ricostruire”, un laboratorio da cui è uscito il modellino in legno proprio di “Volo d’angeli”, donato poi a Papa Francesco dalla madre superiora del Monastero di Santa Rosa. “Non è un caso che i detenuti abbiano scelto, tra le tante, proprio questa macchina – prosegue la prof.ssa Rava – la sua storia, infatti, è metafora della loro: una vita che si interrompe, con il carcere, ma poi ha la possibilità di riscattarsi e riprendere. ‘Volo d’angeli’ è il loro simbolo di ripartenza e di speranza”.

Le “rose che sprigionano”: quando l’integrazione passa per l’artigianato

I progetti con i detenuti messi in campo dal Centro Studi in collaborazione con l’Università della Tuscia e finanziati con il contributo della Regione Lazio, non si fermano qui: all’attivo c’è anche “Rose che sprigionano”, un’attività di recupero delle tecniche artigianali presenti nel monastero fin dal 600: “Insegniamo tecniche di risocializzazione – racconta ancora Rava – attraverso la metodologia del learning by doing i detenuti producono manufatti artigianali che poi vengono venduti”. Grazie all’apprendimento di queste lavorazioni tessili, dunque, i ristretti guadagnano nuove chance per proporsi nel mondo del lavoro una volta fuori; nel frattempo le rose vengono donate al monastero di Santa Rosa come oggetti devozionali che sono particolarmente richiesti nel periodo della festa a settembre in cui si arriva anche a 60 mila visite. Attualmente sono impiegati in questo progetto 16 detenuti dell’alta sicurezza che lavorano in squadra.  

Le rose realizzate dai ristretti
Le rose realizzate dai ristretti

Vita claustrale e vita detentiva: un curioso parallelismo

Cimentarsi con tecniche plurisecolari ha consentito ai detenuti anche di avvicinarsi allo studio della documentazione conservata presso l’Archivio della Federazione: trascrivendo questi manoscritti è stato, infatti, insegnato loro a leggere e scrivere correttamente e a fare edizione di fonti. Studi illustri, tra l’altro, hanno recentemente accostato la vita detentiva e quella claustrale con l’obiettivo di evidenziarne differenze e analogie: “Uno degli studi più accreditati è quello dell’università di Reims che per prima ha messo in relazione le due istituzioni totali – riferisce la prof.ssa Rava – la nostra esperienza conferisce, però, un valore aggiunto: il coinvolgimento diretto delle suore e dei detenuti sulle fonti. In particolare abbiamo studiato un registro di dispensa, mettendo in luce come l’alimentazione in un carcere e in un convento siano vicine nel riuso del cibo, nella povertà dell’alimentazione e nella presenza di piatti multietnici o multiregionali. Poi, ovviamente, ci sono anche altre analogie, specie per quel che riguarda le dinamiche di gruppo e la pressione che il gruppo esercita sul singolo”.

"Rose che sprigionano", un progetto che coinvolge anche lo studio dei documenti d'epoca
"Rose che sprigionano", un progetto che coinvolge anche lo studio dei documenti d'epoca

Il rapporto di fiducia è fondamentale

Tante le attività all’attivo, dunque, ma che perseguono un unico obiettivo: costruire un rapporto di fiducia: “Quando si lavora con i detenuti non è importante tanto quello che si fa, ma come lo si fa – conclude Rava – riuscire a cogliere il volto di Gesù nell’altro, separare l’errante dall’errore, non giudicare, far cadere il pregiudizio, capire come in gruppo si possano fare cose che da soli non si possono fare. Questa esperienza è stata ed è una crescita comune sulla base di amore, amicizia, disponibilità, fiducia, assunzione di un impegno e rispetto delle regole”.

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26 gennaio 2024, 11:30