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Le conseguenze del terremoto ad Herat, in Afghanistan Le conseguenze del terremoto ad Herat, in Afghanistan 

Afghanistan, le testimonianze dai luoghi colpiti dal terremoto: "È il caos totale"

L'orrore di chi ha vissuto in prima persone il sisma che il 7 ottobre scorso ha colpito la regione di Herat. Mohammad e Sabour: “La situazione è durissima, il governo non provvede ai bisogni elementari delle persone”. L'appello del Papa ad aiutare le popolazioni stremate

Luana Foti e Camilla Dionisi – Città del Vaticano

La terra in Afghanistan trema ancora, una scossa di magnitudo 6,3 ha colpito di nuovo la parte occidentale del Paese, la zona di Herat, già  sconvolta dal sisma che il 7 ottobre scorso ha ucciso oltre 2.400 persone, e messo in ginocchio un popolo intero al quale è andato il pensiero del Papa al termine dell'udienza generale, quando ha chiesto di pregare per tutti coloro che soffrono. Una cinquantina sono i feriti del terremoto odierno che ha, ancora una volta, gettato gli abitanti nel terrore, in un momento in cui manca qualsiasi ancora, dai medicinali a un rifugio che possa accogliere coloro che hanno perso la casa, e che sono costretti a vivere in strada. Mohammad Mehryar e Sabour Tokhi sono due ragazzi che vivono nell'area di Herat, a Vatican News testimoniano il dramma vissuto e le difficoltà dell'oggi. Come racconta Sabour: “Gli afghani sono molto uniti durante i disastri naturali, gli aiuti stanno arrivando da tutte le regioni, ma solo una piccola parte arriva nelle mani delle vittime del disastro”. 

La situazione nella zona di Herat

Mohammad Mehryar è uno studente di medicina di Herat, dopo il terremoto è diventato un soccorritore e ogni giorno prova a dare una mano alle vittime della scossa con quello che ha imparato all’università. “Il terremoto ha distrutto 13 villaggi e più di 2000 case. Sono quasi 300 le famiglie sfollate dalla città che vivono nei parchi pubblici. Fino ad oggi abbiamo contato 2445 morti, e le operazioni di soccorso continuano ad andare avanti”. Durante la prima scossa, Mohammad racconta di essere fuggito dal palazzo in cui si trovava, con tutti gli altri ragazzi con cui stava studiando. “Siamo scesi nelle strade e nei giardini pubblici, in una situazione di paura totale. Non ci siamo avvicinati ai palazzi perché c’era il rischio di crollo”. È grande l’aiuto che Mohammad offre insieme agli altri soccorritori alle vittime delle zone colpite. “Abbiamo aiutato a scavare tra le macerie delle case di due villaggi, per trovare persone che potessero essere ancora vive. È stato un incubo: quasi il 40% delle case è andato distrutto, la gente ha perso tutto. Ben due terzi delle vittime di questo terremoto sono donne e bambini, lo hanno confermato le organizzazioni internazionali che stanno portando aiuti nelle zone colpite”.

Un clima fatto di paura e devastazione

Come racconta Mohammad mancano le cure destinate ai tantissimi che sono stati feriti gravemente e che hanno bisogno di operazioni perché la loro salute è in grave pericolo. “I team di soccorso possono portare alcuni medicinali e cure base ma, col passare del tempo, anche le persone ferite possono morire” spiega Mohammad. “Ciò che mi ha colpito di più è stato vedere i soccorritori che tiravano fuori le persone ancora vive sotto le macerie, ma anche tutte le persone che non ce l’hanno fatta, è veramente drammatico vedere tutta questa devastazione causata da questo terremoto”. I civili vivono un momento di disperazione totale perché hanno perso membri della loro famiglia ma non solo, nella città di Herat, le persone hanno paura, e non riescono ad entrare nelle loro case perché continuano ad esserci scosse di terremoto. “Le persone vivono per strada, non hanno il coraggio di entrare nelle loro case e prendere le cose di cui hanno bisogno. Il clima attuale è di paura e disperazione”.

Mohammad Mehryar tra le macerie di Zinda Jan
Mohammad Mehryar tra le macerie di Zinda Jan

Il caos totale di Herat

Sabour Tokhi si trovava a casa quando è iniziato il terremoto. A Vatican News racconta la sua esperienza e spiega quanto senta la responsabilità di denunciare quanto ha visto. “Appena ho sentito la scossa ho chiamato mia moglie, eravamo al secondo piano di un palazzo. Abbiamo cercato di uscire ma c’era poco tempo e ci siamo nascosti sotto un tavolo al primo piano dell’edificio. Appena possibile ci siamo buttati fuori da casa, mentre tutti gli abitanti della città erano fuori e avevano paura. Cercavamo di capire che danni avesse provocato il terremoto, ma i telefoni erano bloccati e non arrivavano notizie da fuori città”. Come racconta Sabour, nella città di Herat la scossa ha danneggiato alcuni siti storici ma non ha causato tanta distruzione. In una provincia della regione di Herat, che si chiama Zinda Jan, invece, il terremoto ha distrutto 20 villaggi. Sono più di 1500 le persone che sono state salvate da sotto le macerie. “Nella città di Herat, la gente continua a vivere per le strade, all’aria aperta, perché ogni giorno ci sono diverse scosse: siamo arrivati ad averne nove, più lievi ma comunque presenti. Per questo la gente continua ad avere paura e non riesce a tornare nella propria casa”. Secondo quanto racconta Sabour, il governo attuale non sta organizzando gli aiuti destinati alle persone colpite dalla tragedia. “Il regime non ha nemmeno informato la gente su cosa fare e su dove andare per trovare aiuto. Si continua a vivere per strada senza alcun soccorso da parte delle autorità. Molti ladri, inoltre, hanno svuotato le case delle persone che vivono per strada e che hanno paura di rientrare nella propria abitazione. In più, i prezzi sono aumentati tantissimo, come quello delle tende in cui poter dormire. La situazione è di caos totale”.

Ascolta l'intervista con Sabour Tokhi

Ricostruire una vita

Come racconta Sabour la possibilità di portare aiuto alle vittime c’è ma non c’è un’organizzazioneche gestisca correttamente questi aiuti. “Il governo – sottolinea – non ha la capacità di soccorrere le persone. Il regime ha mandato un team di soccorsi dopo ben 3 giorni dal terremoto portando pezzi di stoffa bianca, non per salvare le persone ma solo per seppellirle”. Inoltre, in molti cercano di lanciare campagne per raccogliere fondi che poi non arrivano mai nelle mani delle vittime. “Il problema più grande – spiega ancora Sabour – è che le strade nelle zone colpite sono distrutte, le persone hanno bisogno di un campeggio dove poter vivere e ricevere cure mediche. Hanno bisogno del cibo caldo, ma non abbiamo un governo che riesca a provvedere ai bisogni elementari di queste persone”. La conclusione è che “ci sono tanti imprenditori afghani che annunciano i loro aiuti che, se arrivassero direttamente alle persone colpite, sarebbero un punto di partenza per i civili per permettere loro di ricostruire una vita”.

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11 ottobre 2023, 10:00