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Migranti. Progetto Protect, un’esperienza da non dimenticare

Grande successo per il progetto dedicato allo screening delle patologie testa-collo che ha coinvolto circa 3000 migranti. Promosso, tra gli altri, dall’Acse, l’Associazione comboniana servizio emigranti e profughi, è considerato un modello da reiterare ed esportare

Roberta Barbi – Città del Vaticano

Non solo servizi di prevenzione primaria di qualità, ma gesti concreti di accoglienza “anche in un posto lontano da casa”. Questo è stato il cuore del progetto Protect, concluso a ottobre nella Regione Lazio, nelle parole del dottor Mauro Capocci, odontoiatra che ha coordinato il progetto per l’Acse, Associazione Comboniana Servizio Emigranti e Profughi: “Il concetto di integrazione parte proprio da gesti come questi – ha commentato – dove si può tornare a intravedere la speranza e si può provare a lasciarsi alle spalle un passato difficile, spesso segnato dalla guerra e dalla fame, per poter costruire un presente e un futuro migliori”.

Lo screening testa-collo, impensabile per i migranti

In tutta la Regione Lazio il progetto Protect ha vantato l’adesione di 56 tra centri di accoglienza e associazioni o organizzazioni che si occupano di immigrazione sia dal punto di vista dell’ospitalità che dal punto di vista del reinserimento nella società. Nell’ambito del progetto sono stati sottoposti allo screening (visita oculistica, otorinolaringoiatrica e odontomastologica) un totale di 3023 pazienti – il 68% circa maschi – di età media 31 anni, provenienti per la maggior parte da Nigeria, Bangladesh e Pakistan. Le visite si sono svolte in parte nei locali dei centri aderenti come l’Acse e Sant'Egidio, oppure negli spazi appositamente adibiti presso il policlinico Umberto I, ed è anche stato utilizzato un mezzo mobile.    

La tutela della salute: un obiettivo non derogabile  

Protect è stato finanziato dal Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami) del Ministero dell’Interno e cofinanziato dall’Unione Europea proprio per tutelare la salute dei richiedenti e titolari di protezione internazionale in condizione di vulnerabilità. È stato rilevato, infatti, tra queste persone un alto tasso di problematiche inerenti al distretto testa-collo, cui i servizi territoriali non riuscivano a rispondere in modo adeguato: da qui è nata la collaborazione tra il Dipartimento ad hoc del Policlinico Umberto I, il Centro linguistico di ateneo e il Centro di ricerca cooperazione con l’Eurasia il Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana dell’università di Roma La Sapienza. Dal complesso di esami si è evinto che il 50% dei pazienti non aveva mai fatto una visita oculistica e che molti avevano subito traumi oculari in passato; il 10%, inoltre, presentava infezioni dell’orecchio e in qualche caso è stato possibile riscontrare tempestivamente anche neoformazioni del cavo orale.

Rettrice de La Sapienza: un punto di partenza, non di arrivo

Così considera la prima edizione di Protect appena conclusa la professoressa Antonella Polimeni, rettrice dell’università La Sapienza e responsabile scientifico del progetto: “È stata per noi una magnifica esperienza di vita che ha permesso di confrontarci con realtà che passano spesso sotto traccia fino a diventare invisibili”, ha dichiarato, precisando che i 707 operatori sanitari coinvolti sono stati precedentemente formati sui temi inerenti l’immigrazione, creando di fatto un punto di riferimento finora impensabile, ma che deve costituire naturalmente non un punto di arrivo, ma di partenza per fare ancora meglio in futuro.  

13 gennaio 2022, 13:29