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Le manifestazioni si sono svolte soprattutto a Khartoum, capitale del Sudan (Photo by Afp) Le manifestazioni si sono svolte soprattutto a Khartoum, capitale del Sudan (Photo by Afp)

Disobbedienza civile in Sudan: scontri e arresti

I dimostranti chiedono un governo civile per guidare la transizione, rifiutando l'attuale situazione. Il premier deposto, Abdalla Hamdok, ancora agli arresti domiciliari a Khartoum, ha chiesto la scarcerazione di tutti i politici e funzionari arrestati. L'esercito da parte sua nega che si sia trattato di un colpo di Stato. La giornalista Sironi: la crisi del Paese ha facilitato la presa dei militari

Andrea De Angelis - Città del Vaticano 

Le forze di sicurezza del Sudan domenica hanno disperso a Khartoum i manifestanti che erano scesi in piazza per protestare contro la presa di potere dei militari, avvenuta il 25 ottobre. Sciogliendo il governo di transizione e arrestando decine di funzionari e politici, due settimane fa i militari hanno dato vita ad un golpe che ha portato alla fine del governo di transizione. Questo ha sconvolto la fragile transizione pianificata del Paese verso un governo democratico, a poco più di due anni dalla fine del regime di Omar al-Bashir.

Le manifestazioni

Le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti e hanno arrestato almeno un centinaio di persone, soprattutto insegnanti, secondo quanto riportato dalle agenzie internazionali. Il rettore dell'Università di Khartoum ha chiuso oggi, a tempo indeterminato, l'Ateneo. In sciopero sono entrati anche i piloti, così come i minatori di importanti settori come quello petrolifero. Ieri, dunque, è stato il primo di due giorni di mobilitazione a livello nazionale, in quella che è stata definita una "disobbedienza civile" volta ad istituire un nuovo governo civile in grado di guidare il Paese. Le azioni contro i manifestanti giungono in ore in cui le mediazioni tra i leader militari e civili hanno subito un rallentamento, in attesa che abbiano inizio dei colloqui diretti. Intanto, il deposto primo ministro Abdalla Hamdok, che è ancora agli arresti domiciliari nella sua residenza a Khartoum, insiste sul rilascio di funzionari governativi e politici detenuti da due settimane. Hamdok chiede che, di fatto, il Paese torni agli accordi precedenti il golpe, ma i militari replicano dicendo che non si è trattato di un colpo di stato, ma di un intervento necessario a correggere la traiettoria che il periodo di transizione stava imprimendo al Paese africano.  

Il dialogo diplomatico 

Anche la diplomazia internazionale è a lavoro da giorni per allentare la tensione nel Paese. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, la scorsa settimana ha avuto un colloquio telefonico con il leader golpista, Abdel Fattah al-Burhan. Blinken ha chiesto alla nuova guida sudanese di ristabilire un governo a guida civile diretto dal primo ministro esautorato, Abdullah Hamdok, ribadendo il desiderio di far "prevalere la democrazia" nella nazione africana. Per Blinken l’avvio di un proficuo dialogo interno in Sudan deve necessariamente passare attraverso il rilascio degli esponenti politici dell’ex governo civile che sono stati arrestati ormai 15 giorni fa. Per la comunità internazionale la strada verso la democrazia in Sudan è la sola via, dalla quale non si può tornare indietro.

L'intervento della Santa Sede 

“Qualsiasi repressione del diritto alla vita, alla libertà religiosa, al diritto di riunione e a quello di esprimere liberamente e con sicurezza le proprie opinioni è in netto contrasto con la creazione di una società giusta”. Così monsignor John Putzer, incaricato d'affari ad interim della Missione permanente della Santa Sede a Ginevra, si è espresso venerdì 5 novembre sulla situazione in Sudan, nel corso del suo intervento alla 32.ma Sessione speciale del Consiglio dei diritti umani. “La Santa Sede - ha sottolineato monsignor Putzer - sta seguendo con grande attenzione e profonda preoccupazione gli sviluppi della situazione”. “La violenza – ha aggiunto - non è mai un'opzione legittima per risolvere le divergenze di opinione” e pertanto si invita a “riconoscere e sostenere il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali di ogni persona, e a cessare il ricorso alla violenza come mezzo per imporre il controllo”.

La popolazione sudanese

"Già prima del golpe i prezzi erano aumentati, la benzina non era facilmente reperibile e questo ha facilitato la presa di potere da parte dei militari" racconta a Radio Vaticana - Vatican News, Bruna Sironi, corrispondente dal Kenya per Nigrizia 

Ascolta l'intervista a Bruna Sironi

A che punto sono i negoziati a due settimane dal golpe militare?

I negoziati sono sempre importanti, però fino ad ora non hanno portato a risultati interessanti. I militari del resto rifiutano la definizione di colpo di stato alla loro azione, ma i primi a non essere convinti della loro versione sono i sudanesi. La popolazione chiede infatti che i militari tornino nelle caserme e che questo golpe si chiuda con il trasferimento del potere ai civili. 

Tra i protagonisti delle manifestazioni ci sono anche gli insegnanti. Il loro ruolo è importante in un Paese dove, da oltre due anni, si sta cercando di costruire un percorso democratico?

Gli insegnanti si sono uniti ai due giorni di disobbedienza civile lanciata dall'associazione dei professionisti sudanesi. Manifestazioni andate in scena non solo nella capitale, ma in tante altre città. Ovunque queste persone sono state fronteggiate con lacrimogeni, le forze di sicurezza hanno usato le maniere forti e sono stati numerosi gli arresti. 

Qual è la situazione nel Paese non tanto dal punto di vista istituzionale, quanto mettendoci dalla parte della popolazione? Quali le sfide, i problemi, come vivono le persone che oggi sono in piazza?

Molti sudanesi leggono la difficoltà della situazione come un tentativo dei militari di creare le condizioni per un golpe. Il Paese era in sofferenza già prima della caduta del precedente regime, ma ultimamente c'erano stati degli scioperi soprattutto nella parte orientale del Sudan. Era stato chiuso un porto, bloccate diverse strade ed alcuni leader autoctoni avevano invocato la presa di potere da parte dei militari. Con quei blocchi si era aggravata la situazione economica, le persone non trovavano facilmente la benzina e i prezzi dei beni di prima necessità erano molto aumentati. Naturalmente questo ha favorito l'azione dei militari che, dicono i sudanesi democratici, hanno fomentato la crisi per poi sfruttarla. 

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08 novembre 2021, 12:55