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Un soldato a Yangon Un soldato a Yangon 

In Myanmar tra colpo di Stato e Covid-19

Dall’Onu giungono appelli per il rilascio dei leader e giornalisti arrestati in Myanmar e si discute di possibili pressioni da parte della comunità internazionale. Intanto, è importante non dimenticare che la popolazione soffre per la pandemia che mette a dura prova i sistemi sanitari e peggiora le condizioni economiche, come spiega Cecilia Brighi dell’associazione Italia-Birmania Insieme

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Il partito della Lega nazionale per la democrazia del Myanmar ha chiesto il rilascio di Aung San Suu Kyi e di altri leader detenuti, tutti arrestati nel corso del colpo di stato messo a segno dai militari lunedì. 

L’appello dell'Onu

Anche l'Alto Commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha chiesto la liberazione immediata di leader politici, difensori dei diritti umani, giornalisti, attivisti e altre persone arbitrariamente detenute nel Paese, a seguito della destituzione del governo civile.  "Vi sono profondi timori di una violenta repressione delle voci dissenzienti", ha affermato. "Faccio eco all'appello del Segretario generale – ha aggiunto Bachelet  - affinché la leadership militare rispetti l'esito delle elezioni ed esorto la comunità internazionale a essere solidale con il popolo del Myanmar". Dunque, la richiesta precisa: “Tutti gli Stati con influenza prendano provvedimenti per prevenire lo sgretolamento dei fragili progressi democratici e dei diritti umani realizzati dal Myanmar durante la sua transizione dal governo militare".  Anche Tom Andrews, Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Myanmar, ha invitato la comunità internazionale a reagire: "Un'azione decisiva è imperativa, compresa l'imposizione di forti sanzioni mirate e un embargo sulle armi fino al momento in cui la democrazia non sarà ripristinata", ha affermato in un comunicato.

La preoccupazione nella società civile  

Dopo l’arresto – sembra ai domiciliari – della leader della Lega nazionale per la democrazia, Aung San Suu Kyi, e di altri parlamentari e giornalisti, c’è apprensione per esponenti di altri settori della società civile e preoccupazione per la popolazione colpita dalla pandemia. Ne abbiamo parlato con Cecilia Brighi, da anni impegnata come segretario generale nell’Associazione Italia-Birmania Insieme:

Ascolta l'intervista con Cecilia Brighi

Cecilia Brighi spiega che c’è apprensione tra la gente con cui è in contatto per via dell’associazione Italia-Birmania Insieme,  impegnata a promuovere attività di informazione e formazione dei giovani e delle donne birmane; favorire scambi culturali tra i due Paesi.  Brighi spiega che si è passati dalla prospettiva che la Lega avesse una forte maggioranza parlamentare - visto lo schiacciante consenso ricevuto alle elezioni di novembre - alla realtà del ritorno con pieni poteri dell’esercito. Le persone sono disorientate e preoccupate anche perché – spiega Brighi – ci sono aree del Paese con forti tensioni sociali e perché tutto è complicato in questo momento dalla pandemia. Brighi, pur auspicando un’azione dell’Onu e della comunità internazionale a favore del rispetto dei diritti umani nel Paese, esprime anche il timore che eventuali sanzioni possano avere ricadute proprio sulla popolazione che – racconta – è già provata dalla pandemia. Parla di speranza quando ricorda l’eco nel Paese, nella comunità cristiana in particolare, del viaggio apostolico di Papa Francesco a novembre 2017. E infine sottolinea l’impegno della Chiesa locale a favore dei bisogni della popolazione e per un forte messaggio di pace e riconciliazione.  

02 febbraio 2021, 11:45