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La mano mafiosa sulla pandemia e sulla povertà nata dal lockdown

L’appello di un sacerdote di frontiera a sostenere le persone in difficoltà economica a causa del coronavirus, e che diventano prede per le cosche, come dimostrato ieri dal blitz condotto dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Il ritorno è in immagine, in consenso, in sottomissione. È questo il guadagno che le cosche mafiose cercano di trarre da questo drammatico momento, segnato da pandemia e chiusure, aiutando chi non arriva a fine mese, chi non ha i soldi neanche per mangiare. A spiegarlo è don Giuseppe Cafà, parroco della chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, insegnante di religione nel locale liceo Leonardo da Vinci, ma anche tra i promotori della Consulta comunale delle associazioni alla legalità che, nel paese di 28 mila anime, a metà strada tra Gela e Caltagirone, ha radunato associazionismo e volontariato locale.

Ascolta l'intervista con don Giuseppe Cafà

Lo Stato intervenga in aiuto di chi ha bisogno

L’analisi del prete parte dal blitz di ieri a Palermo, coordinato dalla Dda del capoluogo, che ha smantellato un giro di estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti, ma anche un sistema di distribuzione di pacchi alimentari per i poveri durante il primo lockdown del 2020, messo in piedi da un capomafia palermitano che sarebbe così diventato il punto di riferimento per le famiglie indigenti del quartiere Zen. “La mafia o comunque le associazioni criminali – spiega don Cafà – trovano terreno fertile, perché la povertà fa emergere il grido di aiuto da parte delle fasce più deboli. La gente ha bisogno di fare la spesa, ha bisogno di pane e, purtroppo, non essendoci uno Stato presente, o capace di intervenire nell'immediatezza, allora ci si rivolge alle associazioni, alle parrocchie”. Il punto oggi è che quelle stesse associazioni di volontariato, così come la Caritas, le diocesi e le parrocchie, stanno vivendo un momento di difficoltà, ecco che allora il vicino di casa diventa “colui che può aiutare”, e se il vicino di casa non è persona onesta ma collusa, ecco che allora il vicino di casa è colui che ti aiuta e che ti rovina. “Questa è storia in Sicilia – prosegue il sacerdote – non è adesso che nasce questo fenomeno, è sempre esistito il problema, è che non si riesce a schiacciarlo, non si riesce ad eliminarlo, proprio perché le associazioni ed il volontariato caritativo, tutti noi, veniamo meno ai nostri compiti, alle nostre vocazioni. Io stesso non sempre riesco a fare fronte alle esigenze di uno che mi viene a bussare alla porta per una bolletta di luce da pagare o per un pacco spesa, perché il momento di crisi sta colpendo anche le parrocchie, soprattutto quelle di periferia, che vedono meno entrate, meno raccolte, meno offerte, meno aiuti, per cui diventa anche particolarmente difficile intervenire mentre il grado di povertà, ovviamente, è in crescita”.

Il risveglio della coscienza siciliana

A Niscemi, spiega ancora il parroco, il risveglio delle coscienze è in atto da diverso tempo, a partire dalla drammatica guerra di mafia di venti anni fa, tra la fine dei ’90 e i primi del 2000, quando a morire furono oltre 150 persone. Da lì, sono nate le associazioni antiracket, si è dato vita a progetti scolastici, e ora la sensibilizzazione al fenomeno mafioso è continua, affinché le nuove generazioni possano essere educate alla legalità, al senso civico e di cittadinanza attiva. “Nel mio territorio, in questi ultimi anni il risveglio c’è stato – prosegue don Giuseppe – ed è presente. Credo che il fenomeno mafioso stia mutando, ma è presente, non è da sottovalutare, c'è e noi cerchiamo di educare le nuove generazioni a saperlo individuare e a saperlo allontanare”.

Un percorso di legalità per sconfiggere il racket

Il ‘tasto dolente’, come viene indicato da don Cafà, è quello delle estorsioni. L’operazione di ieri a Palermo ha messo in luce diversi tentativi di estorsione falliti o andati in porto, scoperti anche grazie alla collaborazione di alcuni imprenditori che hanno deciso di denunciare. “Da una parte – prosegue il prete – gli imprenditori oggi non sono più soli, il fatto che siano nate anche tante associazione antiracket nel territorio siciliano la dice lunga, perché c'è una crescita della coscienza antimafia e una presa di coscienza di un problema. Oggi gli imprenditori si rivolgono ad associazioni come la mia, per esempio, non solo per avere una tutela o per essere accompagnati in un percorso di denuncia, ma anche per far parte di un gruppo di persone che stanno vivendo la stessa situazione o che sono dirette verso un comune obiettivo: vivere nella legalità e cercare di educare una città, un popolo, verso atteggiamenti di legalità, verso comportamenti legali, ed è questo che non ti fa sentire più solo”. Non manca però il risvolto della medaglia, che colpisce tutti coloro che sono costretti a vivere sotto scorta, che devono trasferirsi in altre località, e che dietro di sé lasciano operai e famiglie intere, oltre alla propria.

La Chiesa sia credibile per salvare chi ha bisogno

Durante la Messa a Casa Santa Marta, lo scorso 8 aprile 2020, Papa Francesco aveva pregato per una conversione dei cuori dei mafiosi e degli usurai che sfruttano chi ha bisogno nella crisi causata dalla pandemia di coronavirus. La parola della Chiesa ancora oggi riesce ad arrivare forte e chiara, purché, spiega don Giuseppe, “si renda credibile”. Ogni promessa mancata, conclude il sacerdote, è una persona perduta. “Io devo essere messo in grado e devo ingegnarmi, talvolta, nel trovare non solo la soluzione sul momento, ma una soluzione quasi definitiva per quello stato di povertà. E allora, più riesco ad essere credibile agli occhi di chi in questo momento ha bisogno, più quella persona, poi, diventerà eco per tutti gli altri”.

27 gennaio 2021, 15:36