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Uccisi perché giornalisti: sono stati 50 nel 2020

Resta alto il numero di giornalisti uccisi quest'anno, centinaia quelli arrestati. Il dato è stabile rispetto ai 53 dello scorso anno, nonostante la riduzione del numero di segnalazioni a causa della pandemia, osserva Reporter Senza Frontiere (Rsf) nel suo rapporto annuale pubblicato oggi. "Le inchieste non si fermino, occorre fare rete", afferma ai nostri microfoni il giornalista Nello Scavo, messo sotto tutela dopo i suoi articoli sulle rotte migratorie nel Mediterraneo

Andrea De Angelis – Città del Vaticano

Cinquanta giornalisti uccisi quest’anno, 937 in dieci anni, 2658 dal 1990. Reporter Senza Frontiere, l’organizzazione non governativa che promuove e difende la libertà di stampa, ha reso noti oggi i numeri del suo rapporto annuale. Leggendo i dati, si rilevano delle tendenze ormai assodate nell’ultimo lustro. In particolare quella relativa ai giornalisti uccisi nei Paesi non in guerra, che sono più dei due terzi del totale. Nel 2016, erano meno della metà.

I Paesi più pericolosi

Cercare e pubblicare la verità, dovere deontologico di ogni giornalista, è pericoloso soprattutto in alcuni Paesi, stando al rapporto reso noto oggi. Il Messico è il Paese che registra più uccisioni di giornalisti nel 2020, ben otto, seguito dai quattro di India e quattro in Pakistan. Completano il tragico podio Filippine ed Honduras, con tre omicidi l’uno. Le uccisioni - sottolinea Rsf - sono talvolta barbare, specialmente in alcuni Stati. Si pensi al messicano Julio Valdivia Rodriguez del quotidiano El Mundo de Veracruz, trovato decapitato, o all’indiano Rakesh Singh Nirbhik, morto carbonizzato. Oltre un terzo delle vittime di quest’anno faceva giornalismo d’inchiesta.

Le inchieste

Delle 50 persone uccise, dieci si occupavano di casi di corruzione locale ed appropriazione indebita di fondi pubblici, mentre sette di criminalità organizzata o questioni ambientali. Altre sette giornalisti hanno pagato con la vita il fatto di lavorare sulle proteste di piazza in alcuni Paesi di diversi continenti: dall’Iraq alla Colombia, fino in Africa nel caso di un cronista nigeriano. Sono quasi 400 i giornalisti finiti in carcere, specialmente dopo l’inizio della pandemia. Rsf ha rilevato un “aumento significativo di violazioni della libertà di stampa", favorito dalle "leggi di emergenza o misure di emergenza adottate" per fronteggiare l’emergenza sanitaria.

Fare rete

"Per i giornalisti è fondamentale restare in contatto, fare rete perché l'essere isolati è il preludio della sparizione. Talvolta anche fisica". Lo afferma nell'intervista a Vatican News il giornalista Nello Scavo, redattore di Avvenire messo sotto scorta per le inchieste sulle rotte migratorie. "La prima scorta civile di noi giornalisti - aggiunge - sono sempre gli ascoltari, i lettori". 

Ascolta l'intervista a Nello Scavo

"L'aumento di colleghi uccisi in zone non in conflitto mostra come le guerre si spostino, presentandosi in nuove forme. Ciò che non dobbiamo mai dimenticare - sottolinea Scavo - è la presenza di tante guerre in ogni angolo del pianeta". Talvolta dimenticate. "Penso allo Yemen, ma non solo. Fondamentale è tenere accesi i riflettori, aggiornare le persone sui conflitti internazionali proprio come fa Radio Vaticana". Ma come ha inciso la pandemia sulla libertà di stampa? "L'aumento di arresti parla chiaro, in tanti Paesi cosiddetti democratici, alcuni colleghi sono finiti in carcere per aver scritto un articolo scomodo e questo non è ammissibile", conclude il giornalista di Avvenire.

Il grazie di Francesco  

Il 18 maggio 2019 il Papa ha ricevuto in udienza i membri dell'Associazione Stampa Estera in Italia. In quell’occasione Francesco ha detto di “aver ascoltato con dolore” le statistiche sui giornalisti uccisi in diverse parti del mondo. “La libertà di stampa e di espressione è un indice importante dello stato di salute di un Paese”, ha affermato il Santo Padre, tanto è vero che una delle prime misure che fanno le dittature è proprio “togliere la libertà di stampa” o mascherarla. Il richiamo del Papa ai giornalisti è stato, quindi, quello di stare dalla parte delle vittime, dei perseguitati. “C’è bisogno di voi e del vostro lavoro per essere aiutati a non dimenticare tante situazioni di sofferenza, che spesso non hanno la luce dei riflettori, oppure ce l’hanno per un momento e poi tornano nel buio dell’indifferenza”.

Le guerre dimenticate

Il pensiero di Francesco nel maggio del 2019 è andato quindi alle cosiddette “guerre dimenticate”, nel senso che non sono all’ordine del giorno sui media, esortando, appunto, a non dimenticarle perché ancora in corso. Quindi, ha ringraziato i giornalisti per l’aiuto che danno “a non dimenticare le vite che vengono soffocate prima ancora di nascere; quelle che appena nate vengono spente” dalla fame o dalle guerre, “le vite dei bambini-soldato, le vite dei bambini violati”, i perseguitati per la loro fede o la loro etnia. “Ci aiutate - ha proseguito - a non dimenticare che chi è costretto da calamità, guerre, terrorismo, fame e sete a lasciare la propria terra non è un numero, ma un volto, una storia, un desiderio di felicità”.

29 dicembre 2020, 11:06