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Covid in carcere. Sovraffollamento, primo ostacolo alla prevenzione

Daniela De Robert (Collegio Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale): “Rispetto alla prima ondata siamo più preparati, ma si deve fare di più”

Davide Dionisi – Città del Vaticano

La ripresa dei contagi sta interessando inevitabilmente anche gli istituti di pena italiani. Le 54.809 persone oggi detenute sono attualmente ristrette nei 47.187 posti realmente disponibili e in questo contesto gli isolamenti precauzionali, attuati per coloro che entrano in carcere, incidono numericamente in maniera consistente. Ma, rispetto alla prima ondata, il numero di coloro che presentano sintomi è minore. Non solo. Ma i dispositivi di protezione non rappresentano, come allora. un’ipotesi teorica e le stesse procedure messe in atto rendono meno probabile il possibile contagio.

Presenza di focolai

A fare il punto della situazione ai microfoni di Vaticannews è Daniela De Robert del Collegio Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. “I casi sono in aumento, ma non come sta avvenendo fuori” spiega. “Abbiamo individuato la presenza di focolai. Parliamo di numeri a due unità, dai dieci in su, che in realtà non offrono un quadro omogeneo perché in alcuni istituti sono presenti strutture sanitarie che raccolgono dati provenienti da altre carceri. Quindi può verificarsi che a San Vittore (struttura polo) si registri un numero alto, ma in realtà si tratta della somma di pazienti residenti in diverse case di reclusione”.

Più attrezzati rispetto alla prima ondata

Rispetto al passato, le strutture sono sicuramente più attrezzate e i test vengono costantemente effettuati” continua De Robert. “La situazione è ancora sotto controllo e tutti gli istituti sono dotati di reparti di isolamento. I nuovi arrivati trascorrono un periodo di quarantena di 14 giorni per evitare il rischio che possano portare da fuori il virus. Sono presenti, inoltre, i dispositivi di sicurezza e vengono garantite le misure precauzionali sia per i ristretti, che per il personale che viene da fuori. Si può fare di più” evidenzia “perché le carceri sono ancora luoghi sovraffollati e negli spazi angusti si vive male e non è possibile fare prevenzione”.

La doppia sofferenza del lockdown

“Il lockdown ha creato un enorme vuoto” continua De Robert “La presenza dei volontari è venuta meno e le attività trattamentali si sono interrotte. Alcuni istituti sono riusciti a compensare con l’avvio delle attività a distanza. Devo dire che le videochiamate hanno sensibilmente alleviato la sofferenza di tanti ospiti che, a causa delle nuove normative, non hanno potuto più incontrare i propri cari. Sotto questo punto di vista si è ottenuto un buon risultato, tenuto conto che alcuni sono riusciti a rivedere familiari con i quali non avevano più contatti da anni. O, più, semplicemente, rivedere luoghi e spazi familiari.

Carcere come opportunità di reinserimento

Il carcere” conclude De Robert “non è un luogo in cui si deve rimanere chiusi e basta, ma è uno spazio in cui le persone sono separate, private della libertà ma con una finalità, quella del reinserimento. E questo richiede una serie di attività, progettualità, iniziative e possibilità che vanno assolutamente riprese nel rispetto delle esigenze sanitarie e delle norme vigenti”.

Ascolta l'intervista con Daniela De Robert
10 novembre 2020, 12:30