Cerca

Vatican News
Soumaila Diawara Soumaila Diawara 

La storia di Soumaila, fuggito dal Mali

Soumaila è un giovane attivista maliano quando nel 2012 un colpo di Stato sconvolge la sua vita e quella di altri 17 milioni di persone. La lotta per il potere porta a un lungo periodo di repressione e di persecuzione per chi si oppone al nuovo regime. Anche chi ha un passaporto valido e un visto per l'Europa non riesce a uscire indenne dalla trappola delle discriminazioni e viene spnto suo malgrado nelle mani dei trafficanti. La storia di Soumaila ci accompagna per mano attraverso tutti i paradossi e le tragedie di chi è costretto a migrare per salvarsi la vita.

Stefano Leszczynski - Città del Vaticano

"Mi chiamo Soumaila Diawara, ho 32 anni e vengo dal Mali. Sono arrivato in Italia il 26 dicembre 2014 dalla Libia, abitavo a Bamako, dove sono nato e dove ho completato i miei studi. Avevo una vita normale, lavoravo, la mia famiglia era unita e avevo i miei amici. Mio padre era un avvocato, mia madre è un'infermiera. Sono laureato in Scienze giuridiche e politiche e subito dopo la laurea ho lavorato per 7 anni per il SADI, il partito della Solidarietà Africana per la Democrazia e l'Indipendenza, una formazione politica di opposizione."

Ascolta la storia integrale di Soumaila

La crisi maliana del 2012

Dopo la destituzione del presidente Amadou Toumani Touré il paese era diventato ingovernabile. Il golpe messo in atto da militari ribelli, guidati dal capitano Amadou Sanogo, era frutto di un malcontento alimentato da anni di malgoverno e dall'incapacità dell'esecutivo di affrontare le milizie secessioniste tuareg nel nord del paese. In Mali non sono molti a disperarsi per la caduta di Toumani Touré e del suo entourage, ma il golpe fa precipitare la situazione su tutti i fronti. I ribelli dell'Azawad consolidano le proprie posizioni ed approfittare del caos sono anche i gruppi jihadisti, che operano nella regione di Kidal Gao e Timbuctù e che fanno riferimento ad al-Qaida nel Maghreb islamico. Una spia d'allarme importante per le cancellerie occidentali e per i paesi membri della CEDEAO, la C omunità Economica degli Stati dell'Africa O ccidentale. Le pressioni internazionali sulla giunta militare di Sanogo sono immediate; già nel mese di maggio la giunta militare fa un passo indietro permettendo la nascita di un governo di transizione guidato dall'ex presidente dell'assemblea legislativa Dia oncunda Traorè. E' un esecutivo di facciata, però, nel qual i militari golpisti e lo stesso capitano Sanogo mantengono il controllo della sicurezza nazionale. La situazione umanitaria in Mali in quel periodo è devastante. Il conflitto in corso nel nord ha costretto alla fuga centinaia di migliaia di civili. La fame dilaga nel paese e tutti i gruppi armati si lasciano andare a violenze indicibili nei confronti dei rivali.

Proteste a Bamako
Proteste a Bamako

Un'opportunità politica sfumata

"Dopo il colpo di Stato del 2012 il paese si è venuto a trovare in una situazione molto difficile. Anche se il potere è rimasto nelle mani dei militari per un periodo piuttosto breve, la crisi si è complicata in seguito al conflitto tra la maggioranza del Parlamento e l'opposizione. Subito dopo il golpe il Presidente della Repubblica era fuggito in Senegal abbandonando il paese al proprio destino. Il mio partito aveva preso l'iniziativa di indire una conferenza nazionale a Bamako in cui erano coinvolti vari settori della società civile e tutti i partiti. La conferenza avrebbe dovuto indicare un presidente ad interim per il periodo della transizione. Anche il presidente dell'Assemblea legislativa aveva dato la propria adesione, ma il giorno della Conferenza non si è presentato. Solo più tardi abbiamo saputo che era stato aggredito mentre si trovava nel Palazzo presidenziale."

Ascolta la storia della repressione

L'opposizione maliana

Il SADI, il partito in cui Sou maila milita fin dai tempi dell'università è un partito di estrema sinistra, ideologicamente panafricanista e con saldi legami a livello internazionale. Dopo una parentesi di governo nel 2002, il partito si colloca saldamente all'opposizione, distinguendosi nella campagna contro le privatizzazioni delle Industrie statali avviato dal governo del presidente Amadou Toumani Touré. In seguito al colpo di stato il 2012 il SADI auspica un radicale processo di riforma istituzionale. Nel caos seguito al colpo di Stato e alle interferenze internazionali sul partito e i suoi sostenitori si abbatte l'accusa di essere tra gli artefici di un fallito attentato contro il presidente ad interim, Diaoncunda Traoré, costretto a riparare in Francia per un periodo di cure mediche in seguito alle ferite riportate. Due mesi dopo Traoré rientra a Bamako e in tasca ha un accordo per ricevere dall'occidente il sostegno militare necessario a mettere fine alle rivolte nel nord del paese. Una posizione di forza che servirà anche a regolare tutti i conti in sospeso con gli oppositori interni.

Militari golpisti
Militari golpisti

La repressione ha inizio

"Al rientro del presidente Traoré è cominciata la caccia all'uomo contro gli organizzatori della conferenza, che venivano arrestati uno dopo l'altro con l'accusa di essere stati i responsabili dell'assalto al palazzo presidenziale. Il mio nome figurava sulla lista delle persone che dovevano essere arrestate. La mia fortuna è stata che in quel periodo io stavo in Burkina Faso. Era alla vigilia delle elezioni africane ed io mi trovavo lì per una conferenza della sinistra africana. Ho cercato subito di capire quello che stava accadendo chiamando direttamente il mio partito e mi hanno confermato che avevano arrestato molte persone di diversi partiti e della società civile. Tra queste c'era anche una giovane donna medico che era scomparsa dopo essere stata portata nella prigione della provincia di Markala, un carcere costruito dai francesi nel periodo della colonizzazione e che si trova sotto il fiume. E' morta lì due mesi dopo l'arresto, una sorte che è toccata a molti. In questa prigione le persone venivano torturate e uccise. I corpi sparivano. Dal colpo di stato ad oggi sono spariti in Mali 42 giornalisti, io ne conoscevo personalmente almeno sei."

Una grave crisi umanitaria

Tra il 2012 e il 2013 Human Rights Watch stimava circa 400.000 profughi interni al Mali. In fuga dalle zone di guerra nel nord del paese altri 170mila maliani erano avevano trovato riparo nei paesi limitrofi - Algeria, Burkina Faso, Mauritania e Niger - dove sono stati assistiti all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i R ifugiati. Per i fuoriusciti il pericolo maggiore era rappresentato dal rischio di essere rimpatriati. Ovunque dal nord al sud del Mali, violenze, soprusi, arresti arbitrari, sparizioni, torture venivano messi in atto da tutte le parti in conflitto, governative o jihadiste che fossero . Una situazione talmente grave da spingere l'agenzia per i rifugiati dell'ONU a scoraggiare le politiche di rimpatrio. Un appello poco, ascolta, soprattutto dal Burkina Faso che nel 2013 ha ospitato la conferenza di pace tra il governo maliano e ribelli dell'Azawad.

Miliziani dell'Azawad
Miliziani dell'Azawad

Nessun luogo è sicuro

"Fortunatamente ho capito in tempo che anche il Burkina Faso non era un posto sicuro. Il rischio di essere rimandato in Mali era molto alto e, nonostante il dolore per quello che stava accadendo nel mio paese e l'impossibilità di farvi ritorno, ho deciso di partire per l'Algeria. Avevo il mio passaporto e potevo muovermi liberamente nei paesi della Comunità dell'Africa Occidentale. Ho vissuto un anno ad Algeri, dove grazie ad un amico avevo trovato lavoro presso l'ambasciata turca. Aspettavo che la situazione si normalizzasse per poter tornare in Mali. Poi però è scoppiata l'epidemia di ebola che ha colpito molti paesi dell'Africa subsahariana occidentale - Guinea, Sierra Leone, Liberia - e tanti algerini erano convinti che a portare l'epidemia erano i neri. Da un momento all'altro mi sono ritrovato nella condizione che non potevo più uscire di casa, neppure per andare al lavoro. Non potevo vivere in quelle condizioni. Sul mio passaporto avevo ancora un visto della Svezia, che mi permetteva di entrare in Europa. Ma il giorno della partenza, in aeroporto senza alcuna spiegazione non mi hanno permesso di partire nonostante avessi comprato un biglietto e i miei documenti fossero in regola. 

Ascolta la storia della fuga in Libia

La trappola della Libia

E' stato a quel punto che un mio amico algerino mi ha suggerito di raggiungere la Libia e di trovare un modo per partire da lì. I miei documenti mi permettevano di entrare in Libia legalmente. Sfortunatamente un giorno, mentre ero a Tripoli, degli uomini armati mi hanno fermato per la strada e mi hanno arrestato. Non avevo commesso nessun reato. Due giorni dopo il mio arresto mi hanno spiegato che se volevo tornare libero avrei dovuto pagare un riscatto. Ho potuto farlo grazie a dei conoscenti che avevo in Svezia e che hanno spedito dei soldi, duemila euro, a una persona di fiducia. La mia liberazione è costata 800 euro. C'erano tante persone nelle mie condizioni e venivano tenute prigioniere perché non potevano pagare. Erano costretti a lavorare forzatamente, mentre le donne venivano sfruttate con la prostituzione. Quando mi hanno liberato si sono tenuti tutti i miei documenti, compreso il mio passaporto. Sicuramente hanno pensato che avrebbero potuto rivenderlo bene. Una volta libero ho speso tutto quello che mi rimaneva pagando un trafficante che mi avrebbe fatto arrivare in Italia."

Fosse comuni in Libia
Fosse comuni in Libia

Nelle mani dei trafficanti

Il 24 dicembre 2004, mi sono ritrovato su una spiaggia vicino a Tripoli. Alcuni militari libici avevano scaricato un grosso gommone da un TIR e ci hanno ordinato di imbarcarci. Chi si rifiutava veniva minacciato di morte. Poco dopo la partenza il gommone ha fatto naufragio, a bordo c'erano 120 persone e la maggior parte non sapeva nuotare. Non eravamo molto lontani dalla costa e i trafficanti erano ancora tutti sulla spiaggia. Hanno visto quello che stava accadendo, ma non hanno fatto nulla per aiutarci. Ci siamo salvati solo in 30. Per molto tempo non sono riuscito a togliermi dalla testa le urla di chi stava affogando. Io mi ero aggrappato a una tanica vuota, la corrente era forte e ci spingeva al largo. Ricordo che a un certo punto ho notato un ragazzino che annaspava, non ce l'avrebbe fatta da solo e gli ho dato la tanica a cui mi ero aggrappato. E' riuscito a salvarsi. Quando siamo arrivati a riva i trafficanti erano ancora lì, ci hanno radunato e ci hanno portati in una baracca. Il giorno dopo ci hanno fatti salire su un altro gommone, con altra gente. Il 26 mattina, all'alba, siamo stati avvistati da una nave mercantile maltese che ci ha consegnati alla Marina Militare italiana e siamo sbarcati a Palermo.

Ascolta la storia dei trafficanti

Un'integrazione difficile

Nel 2014 sbarcano sulle coste italiane 170 mila migranti, si tratta perlopiù di persone che provengono dal Mali, dalla Siria e dall'Eritrea. La stragrande maggioranza arriva come primo approdo in Sicilia e da lì inizia il proprio percorso per chiedere la protezione internazionale; un processo che richiede circa 12 mesi prima di arrivare a compimento. A fronte delle 65.000 domande d'asilo presentate nel 2014, le commissioni territoriali ne esaminano 36.000. Ne vengono rigettate in prima istanza circa il 40%. Sono cifre importanti che danno un'idea della dimensione del fenomeno, ma il numero totale di rifugiati riconosciuti in Italia non arriva a 5 ogni 2.000 abitanti. Per i richiedenti asilo, ma ancor più per i rifugiati riconosciuti, è il percorso di integrazione che si presenta più problematico: il lavoro, innanzitutto, che il più delle volte è precario sottopagato, al limite dello sfruttamento; la mancanza di conoscenza dei propri diritti; la difficoltà di accedere una soluzione abitativa dignitosa. Sono proprio le strutture di assistenza come il Centro Astalli che diventano i punti di riferimento per dare efficacia all'inserimento sociale di queste persone. E' così anche per Soumaila, che attraverso il Centro Astalli, riesce a completare la sua formazione di mediatore culturale e a lavorare presso le commissioni territoriali che valutano la concessione della protezione internazionale. Oggi Soumaila lavora anche come volontario anche per il Progetto Finestre, diretto a sensibilizzare gli studenti sul tema delle migrazioni.

Ascolta l'esperienza con gli studenti

La necessità di una coscienza collettiva

"Quando incontro gli studenti mi rendo conto che il più delle volte non hanno la minima idea di quanto succede realmente dall'altra parte del Mediterraneo. C' una grande responsabilità sia delle istituzioni che dei media in questa mancanza di informazione. Per cambiare la storia c'è bisogno della formazione di una coscienza collettiva. Siamo tutti coinvolti, dobbiamo dire qualcosa per fermare quello che subiscono tante persone disperate in giro per il mondo."

 

31 ottobre 2020, 08:30