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In Italia circa 200mila “schiavi” della terra

Nel quinto rapporto "Agromafie e caporalato" realizzato dall'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, presentato oggi a Roma, la fotografia di un fenomeno in crescita che percorre sia il Nord che il Sud Italia

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Un sistema economico parallelo che pesca nel mare degli “invisibili”: la manodopera a basso costo reclutata in condizioni di miseria, nel mancato rispetto della dignità umana. Il caporalato investe tutta l’Italia e le agromafie, ormai diffuse ovunque, hanno il loro peso perché il settore agroalimentare è in crescita e questo fa gola alla criminalità. “Non è solo - spiega la Flai-Cgil, presentando il quinto rapporto Agromafie e caporalato - la contraffazione a essere redditizia per questo universo illegale, ma la stessa gestione di ingenti masse di manodopera a basso costo”.  

Papa Francesco ha spesso denunciato “il lavoro-schiavo”, facendosi voce di tanti operai che non vengono rispettati nel salario, nella sicurezza sul luogo di lavoro, nel riposo che non viene garantito.

Ogni ingiustizia che si compie su una persona che lavora, è calpestare la dignità umana, anche la dignità di quello che fa l’ingiustizia: si abbassa il livello e si finisce in quella tensione di dittatore-schiavo. Invece, la vocazione che ci dà Dio è tanto bella: creare, ri-creare, lavorare. Ma questo si può fare quando le condizioni sono giuste e si rispetta la dignità della persona. (Papa Francesco, Messa Santa Marta, 1 maggio 2020)

I dati del Rapporto

Secondo l’indagine, sono in crescita i numeri del lavoro sfruttato, circa 200mila i vulnerabili in mano a caporali e imprenditori sfruttatori, con 400mila irregolari tra italiani e stranieri. Erano 140mila nel 2017 e 160mila nel 2018. Un fenomeno che interessa tutta l’Italia, non solo il Sud dove solitamente emergeva forte il sommerso, ma tra le regioni più colpite ci sono il Veneto, con il lavoro irregolare nel settore agricolo che raggiunge le 16.500 unità ma potrebbe essere più alto, e la Lombardia. Nel Lazio, la provincia di Latina conta i numeri più alti, la zona di Prato in Toscana. In Campania "l’irregolarità dei rapporti di lavoro agricoli raggiunge anche il 35%", quasi 11.800 lavoratori.

Le criticità

Uno dei punti focali sul quale l'organizzazione sindacale si sofferma riguarda i contratti di lavoro, spesso disattesi, c’è infatti chi viene pagato molto meno, chi viene spostato da un luogo all’altro, chi viene retribuito “a giornata” senza alcun paracadute sociale. Analizzando i dati emersi, si chiede di superare la legge 199 contro il caporalato del 2016 che corre su due direttive: prevenzione e repressione. Se emergono i casi di cronaca, segno di una maggiore attenzione, manca la parte preventiva come, sottolinea la Flai-Cgil, ad esempio la rete agricola del lavoro di qualità. Ogni provincia avrebbe dovuto dotarsi di una sezione territoriale della rete con il compito di affrontare nodi irrisolti come quello dei trasporti, ma ciò non è avvenuto. Attenzione poi ai ghetti dove vivono molti lavoratori che oggi sono alle prese con la pandemia. Si chiede “un’offerta diversa di accoglienza” per tutelare chi, anche in piena emergenza sanitaria, ha permesso di portare sulla nostra tavola il cibo.

Il degrado dell’umanità

Un riconoscimento ai lavoratori è stato dato anche dal Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Teresa Bellanova, intervenuta alla presentazione, che ha sottolineato come il caporalato sia espressione del “degrado dell’umanità”, invitando la politica a tutelare la produzione del buon cibo e soprattutto a garantire il rispetto delle persone. Sono 270 le interviste realizzate tra i referenti della rete Flai-Cgil, ma anche le testimonianze di giovani lavoratori migranti, definiti in un’intercettazione letta da Jean-René Bilongo, responsabile dell’Osservatorio Placido Rizzotto che ha realizzato il rapporto, “scimmie” alle quali offrire “l’acqua del canale”. Termini che esprimono il disprezzo, la prepotenza e la vessazione dei caporali. 

Riccardi: la solitudine di molti

“Non è un freddo rapporto di cifre e di ragionamenti ma è intessuto di storie umane che mostrano quanto è barbaro il nostro paese in ambito agricolo”. Così Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, intervenendo alla presentazione del rapporto sul caporalato. Ricordando la figura di Jerry Essan Masslo, rifugiato politico sudafricano che si guadagnava da vivere come bracciante, ucciso nel 1989 in Campania, Riccardi ha sottolineato la svolta seguita alla sua morte con una mobilitazione senza precedenti e che testimoniava la compassione di un Paese, cosa che oggi manca. L’attenzione del fondatore di Sant’Egidio si è focalizzata sulla solitudine di chi lavora in campagna, sulla mancanza di reti, sull’abuso perpetrato sulle donne contadine. “Questo rapporto – ha sottolineato – mostra anche un mondo invisibile. Il 29% degli incidenti mortali avviene in agricoltura; un dato da non sottovalutare”. 

16 ottobre 2020, 12:43