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 Campagna Abiti Puliti, lavoratrici del tessile Campagna Abiti Puliti, lavoratrici del tessile 

Con il lockdown meno reddito per i lavoratori del tessile in Asia

Indagine della campagna Abiti Puliti. Gli stipendi, già molto bassi, sono calati tra il 38 e il 50%. E' urgente che le ditte produttrici si prendano le loro responsabilità e garantiscano i diritti dei lavoratori

Alessandro Guarasci - Città del Vaticano

In tutti i Paesi del sud e sud-est asiatico i lavoratori del tessile hanno ricevuto strutturalmente il 38% in meno di quanto gli spettasse durante i mesi del lockdown in seguito alla pandemia di Covid. In alcune delle regioni dell’India, si supera addirittura il 50%. Rapportando questi numeri all’industria mondiale dell’abbigliamento, escludendo la Cina, un’ipotesi prudente attesta che la cifra dei salari dovuti a questi lavoratori si aggira tra 3,19 e 5,78 miliardi di dollari. Lo afferma l’ultimo rapporto della campagna Abiti Puliti, dal titolo “Stipendi negati”. Per Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna, “è indispensabile che le aziende si prendano le loro responsabilità e garantiscano i diritti dei lavoratori”.

Gran parte della produzione è per l'export

Una parte sostanziale del giro d’affari è legata alla produzione di abbigliamento per l’esportazione, che secondo stime, rappresenta una forza lavoro di 13,8 milioni (se si esclude la Cina a causa di un maggiore sostegno governativo).  La Campagna sottolinea che “i marchi e i rivenditori globali hanno la responsabilità di garantire che i lavoratori impiegati nelle proprie catene di fornitura siano pagati in conformità con le leggi locali e gli standard internazionali. I brand scelgono di localizzare le proprie produzioni in paesi con bassi salari e deboli protezioni sociali. Come sostengono da tempo i lavoratori, i sindacati e i gruppi della società civile, le filiere globali sono caratterizzate da un evidente squilibrio di potere tra, da un lato, marchi e distributori al vertice delle catene di approvvigionamento e, dall’altro, lavoratori impiegati nelle fabbriche”.

Troppi lavoratori vivono in miseria

“I membri del nostro sindacato vivono già con salari di povertà, meno di un terzo di un salario vivibile. Non hanno alcuna possibilità di accantonare risparmi per una crisi come questa, né hanno una rete di sicurezza sociale su cui fare affidamento. Anche un piccolo taglio salariale significa fare delle scelte tra beni di prima necessità, come portare a casa abbastanza cibo per tutti o pagare l’affitto in tempo. I lavoratori dell’abbigliamento dovranno affrontare la miseria molto prima dei loro datori di lavoro o dei marchi per cui producono: è ora che quest’ultimi si facciano carico delle loro responsabilità”, ha dichiarato Khalid Mahmood, del Labour Education Foundation in Pakistan.

Nel sud asiatico molto basso il costo del lavoro

Lucchetti afferma che “la situazione è molto complessa. Quello che occorre fare è avviare azioni sistemiche in cui ciascuno faccia la sua parte, in particolare i committenti hanno una grande responsabilità nel rispetto delle condizioni di vita dei lavoratori. Questo vuol dire che i grandi marchi devono mettersi in prima linea per garantire che questi  lavoratori ricevano quanto spetta loro. E quindi il gap salariale che noi abbiamo denunciato, che ammonta tra i 5 e i 3 miliardi, un stima conservativa per soli tre mesi, deve essere colmato per consentire a questi lavoratori, letteralmente, di vivere. Deve essere colmato attraverso sia fondi governativi, sia supporti finanziari, ma soprattutto attraverso il contributo delle imprese che comunque hanno beneficiato in tutti questi anni, anzi decenni di costi del lavoro molto bassi”.

11 settembre 2020, 11:43