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Un momento dell'assemblea generale a Kabul Un momento dell'assemblea generale a Kabul  (ANSA)

Afghanistan, nuove speranze per i negoziati di pace

Prosegue in Afghanistan la schiarita dei rapporti tra governo di Kabul e Talebani. Ieri la grande assemblea ha approvato la scarcerazione di 400 detenuti del movimento fondamentalista e, entro una settimana dal rilascio, dovrebbero iniziare i colloqui di pace

Giancarlo La Vella – Città del Vaticano

Ieri la Loya Girga, l’assemblea degli anziani dell'Afghanistan, dopo una lunga seduta, ha approvato la prossima liberazione di 400 detenuti talebani. In tal modo si fa sempre più concreto l’avvio di colloqui di pace tra Kabul e il movimento politico che ha governato su gran parte del Paese dal 1996 al 2001. La promessa, almeno a parole, del portavoce dei talebani è arrivata oggi: "La nostra posizione è chiara - ha dichiarato Suhail Shaheen - se il rilascio dei prigionieri verrà completato, siamo pronti ai colloqui intra-afghani entro una settimana", aggiungendo anche che il primo round di negoziati si potrebbe svolgere a Doha, in Qatar.

Le speranze di pace per un Paese, che da decenni "conosce solo anarchia e violenza", non possono spegnersi, ma, dati i precedenti, il dubbio di un successo resta. La decisione del rilascio dei detenuti per altro è stata seguita da un attentato che ha causato la morte di almeno due civili mentre sullo sfondo resta il piano americano di ritiro parziale delle truppe entro novembre, che lascerebbe ancor di più scoperto il territorio. Luci e ombre dunque per questa difficile area, di cui parla, ai nostri microfoni, Riccardo Redaelli, docente di Geopolitica all'Università Cattolica di Milano:

Ascolta 'intervista a Riccardo Redaelli

R. - 400 detenuti talebani rilasciati e circa 5000, già liberati da Kabul, erano una precondizione che i talebani  ponevano e che gli americani avevano accettato nei loro accordi per l'avvio di un processo di pace nello scorso febbraio. Che  sia una buona mossa è ancora tutto da vedere. E' certo che questo dimostra la debolezza di Kabul di fronte alle pressioni statunitensi e anche il fatto che non vi sono grandi alternative a delle trattative dirette con i talebani. Che queste trattative sfocino davvero in un accordo di pace, e in una riduzione delle violenze, è quello che tutti speriamo, ma il passato comportamento di questo variegato movimento, non solo fondamentalista, ma veramente collegato anche a grandi crimini e a grandi stragi di civili, non ci lascia ben sperare.

Intanto continuano gli attentati, come se ci fossero altre realtà che vogliono mettere i bastoni tra le ruote all'avvio di un dialogo?

R. - Quelli che noi chiamiamo con l'etichetta di "talebani", in realtà sono una galassia molto composita. C'è la vecchia guardia legata al Mullah Omar, ci sono i talebani legati a doppio filo col Pakistan e ai servizi segreti militari pakistani , ci sono gruppi taliban più per interesse, ci sono grandi trafficanti di droga o di contrabbando, cioè gruppi criminali, e ci sono poi i gruppi tribali che usano questa etichetta. Quindi parliamo di una galassia molto variegata. Qualcuno vuole l'accordo di pace, qualcuno punta ancora alla vittoria totale contro Kabul, qualcun altro beneficia della situazione di sostanziale anarchia delle province afghane. Questo rende più difficile le trattative con il governo, ma anche a Kabul sappiamo che le forze politiche che sostengono l'esecutivo sono molto divise su come trattare con i talebani e su quanto concedere loro.

L'annunciato ritiro di parte del contingente americano potrebbe far mancare un'azione di controllo su quanto sta avvenendo in Afghanistan?

R. - Il ritiro americano fortemente voluto dal presidente Trump è stato, a mio giudizio, frettoloso. E' ovvio che se si ritirano gli americani, si ritirerà anche la Nato e lasceremo non solo più scoperti gli afghani, ma daremo anche l'idea che sostanzialmente ci disinteressiamo del Paese. A parole diciamo di no, ma se ritiri i soldati, le forze di terra e l'aviazione è più difficile far capire ai talebani che certe cose non le possono fare.

Un Afghanistan più stabile potrebbe portare ad un miglioramento della situazione nelle regioni confinanti con il Paese?

R. - Un Afghanistan più pacificato servirebbe soprattutto agli afghani che dal "79 vivono in un incubo permanente di anarchia e di violenza, ma è evidente che ciò permetterebbe non solo di fare da volano positivo per la Regione, ma potrebbe inserire il Paese nei grandi corridoi commerciali che la Cina sta costruendo. E questo potrebbe portare sviluppo e un benessere, di cui il Paese ha disperato bisogno.

10 agosto 2020, 12:50