Cerca

Vatican News

Sant’Egidio: rispondere all’appello del Papa con i corridoi umanitari

Una versione “distillata” di una realtà d'inferno. Ieri Papa Francesco, nella messa celebrata a Santa Marta a 7 anni di distanza dal viaggio a Lampedusa, ha gettato una nuova luce sulla drammatica realtà che si vive nei centri di detenzione libici. Intervista a Mauro Garofalo, responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant'Egidio

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Lager di detenzione” nei quali sono rinchiuse persone che nutrivano “la speranza di attraversare il mare”. Le parole di Papa Francesco riportano in primo piano quanto accade da tempo in Libia dove accanto ai centri ufficiali di detenzione, nei quali vengono portate le persone intercettate in mare, ne esistono altri di detenzione informale, in mano alle milizie libiche. Una trentina di strutture dove, secondo le stime dell’Unhcr, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, ci sarebbero 48mila rifugiati e richiedenti asilo. Numeri difficili da verificare con certezza perché è quasi impossibile entrare nei centri. Chi è riuscito a salvarsi ha parlato di gravi condizioni sanitarie, un bagno per 600 persone, cibo e acqua a singhiozzo. La cosa certa è che, secondo l’Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, qui si compiono “orribili violazioni, torture e uccisioni” e la richiesta alla Libia, percorsa da mille tensioni e conflitti, è di smantellare il sistema che alimenta la tratta di esseri umani.

Urgente salvare tutte le vite

“Nell’inferno’ di quei lager – è l’appello della Comunità di Sant’Egidio ai governi – vivono uomini, donne e bambini che vanno salvati con urgenza”. Mauro Garofalo, il responsabile delle relazioni internazionali della Comunità, commenta a Vatican News le parole del Papa e indica una strada che già ha funzionato con i profughi siriani: il ricorso ai corridoi umanitari.

Ascolta l'intervista a Mauro Garofalo

R. - Le parole di Papa Francesco ci richiamano tutti a un fatto evidente ovvero che a pochi chilometri dalle coste italiane esiste un luogo, che lui ha definito inferno, dove centinaia di migliaia di persone soffrono, sono prigioniere, subiscono ogni sorta di cattiveria. Questo non può avvenire senza che noi non ce ne rendiamo conto. Lui ha parlato di una realtà “distillata”, forse ce ne stiamo dimenticando o forse ci siamo abituati ma non si può dimenticare questa realtà. Ci ha richiamato tutti a stare di fronte a questo, riconoscendo il volto di Gesù nei poveri.

La situazione per quanto riguarda i centri di detenzione libici, alcuni ufficiali altri non ufficiali, è composita e complessa in questo Paese percorso da mille tensioni. Di ieri è l'appello dell'Oim che chiedeva di smantellare questo sistema. C’è la possibilità di percorrere questa strada?

R. – E’ sicuramente difficile, così come è difficile risolvere il rebus politico-militare della Libia, ma questo non ci può esimere dal cercare una soluzione con grande urgenza. Le soluzioni possibili ci sono e credo che bisogna procedere a delle evacuazioni umanitarie verso l'Italia e verso i Paesi europei. Il modello c’è già ed è quello dei corridoi umanitari sperimentato con successo. Vorrei aggiungere una cosa che ha detto il Santo Padre, si tratta di una sfida molto forte al concetto di civiltà europea, l'Europa deve ritrovare se stessa e salvare le vite di questa gente che voleva venire in Europa e che ha rischiato tutto: la dignità, i propri beni, la salute. Bisogna trovare una risposta, il modello c’è, è possibile ma bisogna fare appello alla generosità di tutti. In passato abbiamo mandato aiuti nei campi anche in alcuni campi illegali, ma è molto difficile perché la situazione politica non permette di strutturare un vero intervento. Questa gente deve essere portata via perché altrimenti rimarrà ostaggio di milizie, di gruppi armati, di contrabbandieri, di trafficanti e questo non è più accettabile.

Il modello messo in campo da Sant’Egidio insieme alla Cei e insieme anche ad altre realtà proprio nel segno dell’ecumenismo, che frutti sta dando?

R. - Abbiamo sperimentato un modello che è modello di accoglienza e di integrazione e, allo stesso tempo, è un modello di lotta al traffico di vite umane. Diverse migliaia di persone sono arrivate, già integrate o sono in un processo di integrazione, hanno ricevuto lo status di rifugiato e questa è stata un'operazione che è stata interamente supportata, con l’avvallo di alcuni governi europei come Italia, Francia, Belgio e San Marino, dalla società civile, da Sant'Egidio, dalla Conferenza episcopale Italiana, dai Valdesi e da varie associazioni. Vuol dire che è possibile fare qualcosa senza aspettare una soluzione politica dall’alto e che, se si dà la possibilità alla gente comune di fare qualcosa, la risposta è molto positiva ed è un accoglienza diffusa sul territorio.

09 luglio 2020, 14:36