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L'impianto di Fessenheim per l'energia nucleare in Francia L'impianto di Fessenheim per l'energia nucleare in Francia 

Chiude la centrale simbolo del nucleare in Francia

E' prevista per oggi la seconda operazione destinata a chiudere l'impianto per la produzione di energia nucleare più vecchio della Francia. Si tratta della struttura di Fessenheim, nel dipartimento dell’Alto Reno. Un'occasione in più per riflettere sulle risorse energetiche e sul rapporto tra uomo e natura. Con noi il ricercatore Romolo Infusino

Fausta Speranza – Città del Vaticano

A confermare la decisione è stata la compagnia elettrica Edf, che ha in gestione l'impianto, ricordando che la chiusura del primo reattore è avvenuta il 22 febbraio 2020. Una centrale situata presso la città di Fessenheim, in Alsazia, con due reattori PWR da 880 MW ognuno, che sono i due più vecchi finora funzionanti in Francia. La centrale è sorta presso una centrale idroelettrica fluviale, questo le ha consentito di non dover utilizzare torri di refrigerazione in caso di basso apporto di acqua dal bacino. Ma le considerazioni che hanno portato in particolare alla chiusura di questo impianto, ormai vecchio, sono l'occasione per altre considerazioni in un momento in cui diventa sempre più urgente un ripensamento serio del rapporto tra uomo e natura, come chiesto dalla Laudato si' di Papa Francesco, pubblicata cinque anni fa, e come drammaticamente evidenziato dall'emergenza sanitaria causata dalla pandemia di Covid-19. Ne abbiamo parlato con Romolo Infusino, già ricercatore dell'Enea e membro del consiglio scientifico di Ambientevivo:

Ascolta l'intervista con Romolo Infusino

R. - Dal mio punto di vista è l’avvio verso una nuova epoca e il tramonto del nucleare. Il nucleare ha fatto la storia dell’energia in parte del Dopoguerra. Dopo la crisi di Hiroshima, sono state avviate le centrali per produrre energia elettrica in primis negli Stati Uniti. Poi la Francia ha sviluppato un sistema energetico basato sul nucleare, anche perché funzionale al progetto nucleare-militare francese, che ha prodotto una grande quantità di energia. Questa energia, comunque, ha presentato il suo conto. Si è partito dall’ipotesi che l’energia nucleare fosse più economica rispetto all’energia da combustibili fossili; questo non era del tutto vero, nel senso che non si prendevano in considerazione i costi del decommissioning, dello smantellamento, della chiusura del ciclo nucleare, che ha dei costi esorbitanti. Per cui l’energia nucleare va in pensione, oltre che per motivi di sicurezza, soprattutto perché non è più vantaggiosa dal punto di vista economico. Quindi la tecnologia chiude il suo ciclo sulla base della valenza, della convenienza e dell’economicità. Le fonti rinnovabili si stanno facendo strada, c’è una grande speranza per il futuro. Sono convinto che nel futuro si possa fare a meno dell’energia nucleare, soprattutto perché non conviene più economicamente.

In che modo questa sorta di evento spartiacque del Covid-19 ha riportato l'attenzione sull'ambiente, sul rapporto tra uomo e ambiente e sul nucleare in particolare?

R. - Il rapporto fra uomo e ambiente è fondamentale. Sembra accertato che il coronavirus sia stato scatenato dal cattivo utilizzo di risorse alimentari di origine animale selvatica. Quindi l’attenzione all’ambiente è fondamentale per la salvaguardia della salute mondiale. Considerando che le realtà sono interconnesse, non si può dimenticare che qualsiasi pandemia in qualsiasi parte del mondo si diffonde ormai a una velocità inimmaginabile rispetto alle pandemie storiche che ci sono state. Il problema che si pone adesso è ripartire dal punto di vita economico, ridisegnare un nuovo progetto economico a livello nazionale e anche mondiale, basato sulla sostenibilità. Quindi il Covid-19 è un acceleratore di questo processo di cambiamento del sistema energetico e anche del sistema di produzione. Ritengo che d’ora in poi in qualsiasi organizzazione industriale, in qualsiasi rilancio di progetto industriale, venga fatta una valutazione su base delle sostenibilità, l’unica base che può dare un futuro al pianeta e anche al sistema produttivo industriale perché l’impatto non sia letale. Il Covid è uno spartiacque. È stato una sciagura per l’umanità, ma è un momento di riflessione per ripensare una nuova umanità più rispettosa dell’ambiente, che possa progettare i suoi servizi – perché di servizi ne ha bisogno - nell’ambito di una convivenza con gli equilibri naturali anche sulla base di quanto il Santo Padre ha detto nella sua enciclica Laudato sì, con la sua tanta attenzione sull’ambiente come rilancio di una nuova umanità.

Dottor Infusino, lei vede in questo momento una ricerca, in senso globale nel mondo e in particolare in Europa, attenta, basata sulla consapevolezza che vada recuperato un equilibrio uomo-natura diverso?

R. - Le nuove tecnologie ci permettono orizzonti soft. Ciò che era pesante non ha più ragione di esistere. Intanto le tecnologie informatiche faranno una rivoluzione su altre tecnologie soft, leggere, praticamente immateriali. Dal punto di vista energetico ritengo che vada valorizzato il progetto “idrogeno”, che vuol dire produrre energia senza inquinare l’ambiente. Ci sono progetti di ricerca per la produzione di idrogeno da fonti fotovoltaiche o da fonti rinnovabili ed è prevista la sua utilizzazione poi nel ciclo energetico, per uso industriale e nella mobilità. L’auto elettrica sta facendo progressi inimmaginabili prima. Ritengo che l’auto a idrogeno possa avere un futuro molto interessante per una mobilità a dimensione umana, per esempio.

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30 giugno 2020, 09:30