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Sud Sudan, infermiera del Cuamm: investire di più in sanità

Dalla città di Rumbek, la testimonianza di Ana, una dei mille infermieri del Cuamm nel continente africano. “Grazie al Papa per la sua preghiera, il nostro un lavoro spesso trascurato”

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Afflitto da anni di guerra civile, povertà endemica e recentemente da gravi inondazioni, il Sud Sudan è un giovane Paese africano dove nel gennaio scorso è stato raggiunto un accordo di pace che stenta però a ridare stabilità alla vita sociale e economica. Una terra da tempo nel cuore di Papa Francesco che, nell’aprile 2019, ha voluto in Vaticano un ritiro spirituale per favorirne la pacificazione e in più occasioni ha espresso il desiderio di visitarla. Qui oggi si vive con paura la possibile estensione della pandemia da coronavirus che sarebbe insostenibile per le deboli strutture sanitarie e metterebbe a rischio prima di tutto i pochi medici e infermieri che vi operano.

Una professione sottovalutata

Proprio in Sud Sudan, nella città di Rumbek, capitale provvisoria prima dell’indipendenza, lavora come infermiera, con lo staff di Medici con l’Africa Cuamm, Ana Artes de Arcos, ventisei anni, originaria di Barcellona. Nella sua testimonianza, raccolta in occasione della Giornata internazionale degli infermieri, il ringraziamento al Papa per la sua preghiera, la soddisfazione per l’apprezzamento tributato dovunque alla sua categoria durante la pandemia, ma anche la preoccupazione per le condizioni di lavoro degli operatori sanitari in Sud Sudan. Proprio in un recente messaggio sul tema il Papa ha ricordato che gli infermieri e le infermiere “hanno diritto e meritano di essere meglio valorizzati”, mentre “investire su di essi migliora i risultati in termini di assistenza e di salute complessiva”. “Il nostro lavoro non cambia tanto da un Paese a un altro, cambiano però le condizioni in cui in cui sei costretto a lavorare, i mezzi che hai a disposizione e le malattie che ti ritrovi a fronteggiare”, ci racconta Ana al telefono da Rumbek. “Alla fine però gli obiettivi sono gli stessi: essere vicini ai malati e prendersi cura delle loro necessità”. Il 12 maggio, nella Giornata degli infermieri, il Papa ha pregato per infermiere e infermieri ricordando che “in questo tempo della pandemia hanno dato esempio di eroicità e alcuni hanno dato la vita”. “Sono stata molto felice che il Papa abbia pregato per noi”, commenta Ana. “La nostra, infatti, è una professione che a volte viene sottovalutata, risulta un po' nascosta nella società. Il fatto che ci sia addirittura una Giornata internazionale dedicata a noi non può che farmi piacere”.

Ascolta l'intervista a Ana Artes de Arcos

La paura della pandemia e una tanica d’acqua all’entrata dell’ospedale

A Rumbek, Ana lavora in un ospedale statale che è punto di riferimento per circa 750mila persone, il più grande dello Stato dei Laghi. Qui,  come in tutto il Sud Sudan, il sistema sanitario è molto fragile e i rischi legati all’esplosione della pandemia di nuovo coronavirus sono in potenza maggiori di quelli dei Paesi europei. “Viviamo nell’incertezza perché qui in città non ci sono ancora casi di Covid-19 e dei circa duecento che si sono registrati in tutto il Sud Sudan la maggior parte sono nella capitale Juba”. “Qui abbiamo una capienza di 140 posti letto complessivi – racconta – e per ora stiamo solo attuando delle misure di prevenzione. Abbiamo installato una tanica di acqua all’ingresso dell’ospedale per pulirsi le mani. Può sembrare poco, ma qui l'acqua scarseggia davvero e quindi questo primo passo è importantissimo. Poi abbiamo creato un'area di screening per le persone che presentano febbre e sintomi di patologie respiratorie e, infine, abbiamo allestito un'area di isolamento, con respiratori e farmaci, per trattare i casi di Covid nel caso dovessero verificarsi. Era stata creata per l’epidemia di Ebola ma poi era restata inutilizzata. Il tutto però sempre con pochi mezzi perché qui gli ospedali non sono così attrezzati come in Europa”.

Investire di più nella formazione

Altro tema è quello della formazione degli operatori sanitari che qui, come in molti Paesi del Sud del mondo, scarseggia. “In Sud Sudan ci sono anche infermieri ben formati: parlo di quelli che sono potuti andare a studiare in una grande città e hanno frequentato un corso e ottenuto una laurea. Però, da quello che ho visto nell’ospedale dove lavoro, sono purtroppo molto pochi”. “Gran parte dello staff con cui operiamo è composto da persone che hanno frequentato solo brevi corsi, al massimo di qualche mese. Hanno passione per il loro lavoro e alle spalle anni di esperienza, però molti non sanno neanche parlare in inglese e ciò non facilita il lavoro. Quando si devono somministrare farmaci o monitorare i pazienti le lacune si vedono e purtroppo fanno la differenza. Qui dovrebbero investire di più, a lungo termine, nelle scuole di medicina e infermieristica. Ci sono giovani con voglia di imparare ma mancano i docenti, mancano le strutture e l’instabilità del Paese certo non aiuta”.

Quegli applausi dal balcone

Ana sa bene che anche in Italia in queste settimane si è parlato degli operatori sanitari chiamandoli “eroi”, perché hanno lottato contro il Covid mettendo a rischio la propria vita. “È successo anche nel mio Paese, in Spagna”, ci dice. “Ogni sera alle otto la gente usciva sui balconi per applaudire e ringraziare medici e infermieri. Non parlerei di eroismo, perché in fondo è una scelta di vita che ognuno di noi ha fatto consapevolmente ed è una professione che esiste da sempre. Però mi sembra giusto e mi rende felice il fatto che la popolazione abbia compreso e riconosciuto il lavoro che stiamo facendo, soprattutto in questo periodo di pandemia, mettendo a repentaglio la nostra salute per salvare il prossimo”. Un riconoscimento che meritano soprattutto i medici e gli infermieri che operano in Africa, come i circa tremila operatori del Cuamm. Anche loro in prima linea, esposti al contagio, ma con attrezzature spesso inadatte e insufficienti. 

13 maggio 2020, 08:00