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Juba, personale medico Juba, personale medico  (AFP or licensors)

Sud Sudan, l’appello della Chiesa: solo uniti si vince il virus

Il vescovo della diocesi di Tambura-Yambio ai nostri microfoni segnala un'emergenza nazionale: “Gli ospedali attrezzati sono pochi, manca il cibo, la gente ha paura perché non conosce la reale entità del contagio. Al governo chiediamo coesione e pace: se continuasse la guerra, sarebbe un disastro”. Poi un pensiero per Papa Francesco: non abbiamo mai smesso di pregare per lui e per l’Italia

Federico Piana- Città del Vaticano

Un solo centro medico attrezzato per individuare i contagiati da coronavirus disponibile per una popolazione di oltre dodici milioni di persone. Il Sud Sudan - paese dell’Africa orientale fiaccato da anni di guerra civile, disastri ambientali e povertà storica - ha una paura folle della pandemia. Primo, perché se il contagio dovesse estendersi a macchia d’olio in pochissimi avrebbero scampo: solo a Juba, capitale del Paese, esistono alcuni ospedali che a fatica potrebbero far fronte all’emergenza. Secondo, perché nessuno sa realmente quale sia l’effettiva circolazione del virus tra gli abitanti mancando gli strumenti tecnici per la diagnostica, dai tamponi ai reagenti. Il vescovo della diocesi di Tombura-Yambio, monsignor Hiiboro Kussala, si spinge oltre: “La gente sta soffrendo anche la fame. Le autorità hanno imposto il look down bloccando di fatto gli aiuti alimentari che venivano distribuiti perché la nazione è ancora considerata in conflitto. La gente ore vive nel terrore”.

Ascolta l'intervista a monsignor Kussala

La Chiesa come sta reagendo?

R.- Noi pastori stiamo andando in giro ad illustrare le semplici regole per combattere il virus: lavarsi le mani, mantenere un corretto distanziamento sociale.  E poi continuiamo a pregare, anche se le celebrazioni sono senza popolo, e chiediamo ai nostri fedeli di tornare ad avere fiducia in Dio perché solo Lui può aiutarci. In più c’è la dimensione del dialogo: abbiamo inviato i nostri preti e i nostri catechisti nei villaggi per spiegare alle comunità come affrontare una così terribile situazione. Per far questo usiamo anche la nostra emittente radiofonica.

Il dialogo è stato avviato anche con il governo, impegnato in una difficile transizione democratica?

R.- Sì, la Chiesa dialoga col governo. Anche se in molte zone del Paese manca ancora una leadership, le istituzioni devono fare tutto il possibile per aiutare la popolazione, come sta accadendo in ogni parte del mondo. La chiesa, inoltre, sta interagendo con la comunità internazionale. Le organizzazioni straniere che si trovano in Sud Sudan ci stanno dando una mano ma non basta, bisognerebbe fare di più.

Gli effetti della pandemia potrebbero mettere a rischio il processo di pace?

R.- E’ una possibilità della quale stiamo parlando con il governo. Se si continuasse ancora la guerra, sarebbe impossibile gestire il contagio. Ma per ora la buona notizia è che non si combatte. Però c’è un problema: da gennaio ad oggi la composizione dell’esecutivo non è stata completata: sono stati scelti sono i cinque presidenti ed un ministro nazionale. Il governo è debole anche per gestire l’emergenza della pandemia.

Vi sentite abbandonati?

R.- In questo momento ogni nazione pensa per sé. L’Europa pensa a se tessa, come anche gli Stati Uniti, per esempio. La Chiesa ha detto al governo: dobbiamo lavorare insieme e se c’è qualche persona di buona volontà che vorrà aiutarci noi l’accoglieremo a braccia aperte.

Nonostante tutto, la chiesa del Sud Sudan ha pregato per il Papa e per l’Italia…

R.- E continuiamo a pregare. Lo facciamo perché l’Italia e l’amato Santo Padre hanno un posto speciale nel nostro cuore. Ma anche voi non dimenticatevi di pregare per il Sud Sudan!

08 maggio 2020, 08:00