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Centro Astalli, Rapporto 2020: la precarietà dei migranti forzati è la nuova emergenza

L'accoglienza in Italia tra politiche migratorie restrittive e crisi sanitaria. E' la realtà dei richiedenti asilo e dei rifugiati: dati in calo rispetto al passato e dettagli, nella videoconferenza di questa mattina dell’Associazione, nata dall’intuizione profetica di padre Pedro Arrupe fondatore del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, alla vigilia del suo 40° anniversario

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Il 2019 verrà ricordato come l’anno delle vite sospese. Sono le vite delle migliaia di migranti abbandonati al proprio destino in Libia, nei campi delle isole greche, sulle stesse navi che li hanno soccorsi nel Mediterraneo. Ma potrebbe anche essere ricordato come l’anno delle morti ignorate: la sorte perlopiù non documentata che è toccata ad 1 migrante ogni 33, affogato nel Mediterraneo. Nell’anno appena trascorso sono stati 11.471 i migranti approdati in Italia, con un calo del 90% rispetto al 2017 e del 50% rispetto al 2018. Oggi l’emergenza non è quella relativa agli sbarchi, ma è quella della precarietà, dell’insicurezza e della mancata integrazione provocata dai decreti sicurezza, convertiti in legge dal Parlamento italiano nel 2018.

Esclusi dalle leggi, bisognosi di integrazione

Delle 20mila persone accolte dal Centro Astalli nel 2019, 11mila vivono nella Capitale. La richiesta di servizi di bassa soglia (mensa, docce, vestiario, ambulatorio) è alta in tutti i territori. Oltre 3.000 utenti hanno usufruito della mensa di Roma: tra loro ben il 35% è titolare di protezione internazionale. 4.745 i pasti serviti dai volontari nel corso dell’anno. Per la maggior parte si tratta di persone che, uscite dall’accoglienza assistita a causa dei decreti sicurezza, sono state costrette a rivolgersi nuovamente alla mensa in mancanza di alternative. Il centro diurno a Palermo ha accolto 850 nuovi utenti. A Trento per far fronte ai tagli ai servizi sociali è nato il progetto una ‘Comunità Intera’, un servizio di accoglienza e assistenza a cui si sono rivolti oltre 250 richiedenti asilo e rifugiati senza dimora. Gli effetti dei decreti convertiti in legge si sono fatti sentire anche in ambito sanitario. Tra gli utenti dell’ambulatorio di Roma è aumentata la presenza di donne migranti, soprattutto somale e nigeriane, arrivate di recente in Italia. Molte di loro, pur essendo portatrici di vulnerabilità importanti, sono escluse dai circuiti di accoglienza e vivono in condizioni di grave marginalità, con ripercussioni sulla loro salute.

 

Ascolta l'intervista a padre Camillo Ripamonti

 

La precarietà è la nuova emergenza

La vera emergenza non sono gli arrivi ma la precarietà dei migranti forzati. In tutti i servizi del Centro Astalli si sono fatti sentire gli effetti dell’entrata in vigore dei decreti sicurezza. L’abolizione della protezione umanitaria, il complicarsi delle procedure per l’ottenimento di una residenza e dei diritti che ne derivano, e più in generale il moltiplicarsi di oneri burocratici a tutti i livelli, escludono un numero crescente di migranti forzati dai circuiti dell’accoglienza e dai servizi territoriali. Une delle attività più impegnative del Centro Astalli, che coinvolge anche gli operatori nel loro percorso di formazione, è quello dell’orientamento dei migranti subito dopo la loro registrazione. La burocrazia e la difforme interpretazione delle norme da parte degli enti locali e delle Questure rappresenta uno degli ostacoli maggiori ad un veloce inserimento nel tessuto sociale del paese. Nel 2019 è aumentato il numero di accessi al centro d’ascolto (+29%), soprattutto da parte di persone che, con l’abolizione della protezione umanitaria, si sono trovate all’improvviso nella condizione di rischiare di perdere il permesso di soggiorno. Non è un caso che, rispetto all’anno precedente, gli utenti che si sono rivolti al servizio senza avere i documenti validi siano notevolmente aumentati.

Ripercussioni anche in ambito sanitario

Un vero e proprio paradosso è rappresentato, specialmente in questo periodo caratterizzato dall’emergenza per la pandemia in corso, dalla difficoltà di accesso al sistema sanitario. Nell’anno appena trascorso si sono rivolti all’ambulatorio molti migranti cui è stata impedita o cancellata l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale a causa dell’inasprimento delle normative vigenti che ha generato ostacoli burocratici a volte insormontabili. A farne le spese sono le vittime di tortura, i senza fissa dimora e le donne. Rispetto al 2018 si registra un aumento (+3%) delle pazienti donne, spesso vittime di violenze sessuali o di mutilazioni genitali.

Il 2019 un anno record per i profughi

Secondo l’UNHCR nel solo 2019, circa 71 milioni di persone nel mondo si sono trovate nella condizione di dover lasciare la propria casa in fuga da guerre, persecuzioni, calamità naturali. I rifugiati in Europa sono oltre 25 milioni, più della metà bambini, molti senza famiglia. Si fugge dall’Afghanistan, nonostante la comunità internazionale continui a parlare di un Paese pacificato; si fugge dai villaggi e dalle città in Yemen, dove più di 3,6 milioni hanno lasciato le proprie case. In Africa, solo dal Sud Sudan, oltre 2 milioni di persone sono state costrette a mettersi in cammino. Ma la crisi migratoria più vasta rimane quella siriana che, entrata nel suo decimo anno di guerra, ha causato la fuga di oltre 5,5 milioni di persone, mentre sono più di 6 milioni gli sfollati interni che vivono in condizioni di estrema povertà.

Persone, non numeri

Ad arricchire il Rapporto 2020 del Centro Astalli ci sono le incredibili fotografie donate da Francesco Malavolta, fotogiornalista, impegnato da vent’anni nella documentazione dei flussi migratori che interessano l’Europa. Sono scatti che restituiscono dignità umana alle persone che vengono ritratte. Non più numeri o dati inseriti in qualche statistica, ma individui nei cui occhi si può leggere la paura, la fatica e la speranza.

Il Centro Astalli alla soglia dei 40 anni

Il Centro Astalli ha iniziato le sue attività nel 1981 nella sede di via degli Astalli a Roma, accogliendo l’appello di Pedro Arrupe, allora Padre Generale della Compagnia di Gesù: nell’autunno del 1980, profondamente colpito dalla tragedia di migliaia di boat people vietnamiti in fuga dal loro Paese devastato dalla guerra, esortò i gesuiti di tutto il mondo a «portare almeno un po’ di sollievo a questa situazione così tragica». Così nacque il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati-JRS. L’accompagnamento dei rifugiati e la condivisione delle loro esperienze è al centro di tutti i servizi del Centro Astalli, da quelli di prima accoglienza (per chi è arrivato da poco in Italia), fino alle attività di sensibilizzazione e all’impegno di advocacy, che ha l’obiettivo di modificare le politiche ingiuste a livello locale, nazionale o internazionale.

 

Il cardinale Zenari: non dimenticare la guerra in Siria

In un videomessaggio, il cardinale Nunzio Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria ha ricordato che “nel gennaio scorso, papa Francesco, incontrando gli ambasciatori accreditati per il nuovo anno, parlando della Siria metteva in guardia da una coltre di silenzio che rischia di coprire una guerra che ha devastato il Paese. “I siriani – ha continuato il porporato - stanno attraversando una via dolorosa migliaia di chilometri, una via dolorosa per 12 milioni di loro tra sfollati interni e rifugiati. La metà della popolazione ha dovuto abbandonare le proprie case, spesso in fretta fuggendo con i soli vestiti che avevano indosso. Una via dolorosa, percorsa sotto la neve, le intemperie, la pioggia, da una alto numero di donne e bambin alcune non ce l'hanno fatta".

"Al loro fianco – ha detto Zenari -  ci sono comunque anche organizzazioni umanitarie e altri buoni samaritani: auguro loro di sperimentare una concreta e generosa solidarietà, solidarietà che è l'ideale europeo spesso, ricordato da papa Francesco. Francesco, qualche settimana fa, parlando della pandemia, ha detto che siamo tutti sulla stessa barca. E' facile capire che se la barca fa acqua a Idlib, è a rischio la sicurezza di tutti noi".

 

Per l'Unhcr il 90% dei rifugiati è in Paesi con strutture sanitarie fragili

"La pandemia che stiamo vivendo e molto intensamente in Italia ha reso il quadro più drammatico: il 90% dei rifugiati vivono in Paesi con strutture sanitarie fragilissime, l'impatto rischia di essere catastrofico a livello sanitario mentre gli effetti economici della pandemia sono già tangibili, visto che parliamo di persone che per lo più lavorano a giornata", ha detto sempre in un videomessaggio Filippo Grandi, Commissario Onu per i Rifugiati (Unhcr).

"Noi dell'Unhcr insieme a voi - sottolinea - ci battiamo perché i rifugiati siano inseriti nei programmi dei governi per proteggere economicamente gli strati più fragili della popolazione. E' un imperativo non voltare le spalle a chi fugge in cerca di salvezza, è possibile sia garantire la salute pubblica, sia proteggere chi fugge. Il salvataggio in mare restaun imperativo umanitario e un obbligo del diritto internazionale. L'unico modo di superare questo momento di crisi è restare uniti e continuare a lavorare insieme"

 

20 maggio 2020, 11:10