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Laudato Si', architetto Boeri: serve alleanza tra borghi e città

Ha appena vinto la gara per la ricostruzione di Arquata del Tronto, nelle Marche, e dell'indotto danneggiato dal sisma che colpì il centro Italia. Nell'intervista a Radio Vaticana, la sfida di coniugare il rifacimento strutturale con la ritessitura delle relazioni sociali, economiche e con la natura, anche alla luce delle acquisizioni generate dall'isolamento in tempo di pandemia

Antonella Palermo - Città del Vaticano

All'inizio del periodo di un anno che Papa Francesco ha voluto dedicare a preghiera, riflessioni e iniziative ispirate alla sua Enciclica sulla cura della casa comune, torniamo al cuore dell'Italia che ancora soffre le ferite del terremoto del 2016. Quell'Italia interna che da un lato ci insegna un rapporto di amicizia con la natura, nonostante tutto e dall'altra, rischia di scomparire dalla geografia fisica ed esistenziale. L'architetto Stefano Boeri, già ospite lo scorso gennaio a Roma, invitato dal Vicariato nell'ambito di un ciclo di incontri sulla Laudato Si', spiega i criteri con cui si accinge all'opera di ricostruzione di Arquata del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno:

Ascolta l'intervista all'architetto Boeri

R. - L'invito non è solo quello di costruire gli spazi ma cercare di capire come sarà possibile che ritorni la vita in questi centri distrutti dal sisma. Sfida molto bella e molto difficile. Il vescovo di Rieti, Pompili dice: 'dobbiamo cercare di inseguire l'autentico, non l'identico'. Il rischio è quello di ricostruire gli edifici come erano e dove erano con il rischio che rimangano vuoti. Il tema è dunque: come si può pensare che Arquata rinasca a partire da una socialità, da una comunità urbana che trova di nuovo un rapporto con quel territorio. Bisogna partire dal lavoro, prima di tutto, perché il lavoro è l'elemento fondamentale di legame con un territorio: lavoro nella pastorizia, nell'agricoltura, nei boschi, ma anche lavoro intellettuale che la banda larga potrà consentire. Vorrà dire portare servizi sanitari e cultura ai cittadini. Una sfida altissima che non riguarda non solo Arquata ma tutto un sistema di centri, che sono parte di una zona dell'Italia trasfigurata dal terremoto ma che era già vittima di processi di abbandono e di spopolamento molto forti. E' una questione nazionale quella dei borghi storici che nell'area del sisma si pone in maniera particolarmente drammatica e che chiede una visione molto attenta alla dimensione comunitaria e sociale oltre che alla parte architettonico-edilizia.

Che differenza di approccio c'è tra ricostruire un borgo e costruire un grande edificio in una megalopoli?

R. - E' assolutamente diverso, anche se io credo che per un architetto avere un approccio spazialista, cioè troppo legato alla dimensione fisico-estetica, sia sempre altissimo. Io credo che noi dovremmo sempre interrogarci sul senso di quello che facciamo e di come gli utenti possano vivere in quegli spazi che noi costruiamo. La questione oggi è anche di reciprocità, ha a che vedere con una nuova allenza tra le grandi città e i borghi. Io credo che se vogliamo uscire da questa crisi della pandemia avendo imparato qualcosa, forse dobbiamo imparare a vivere in modo diverso le città. Città che vivono come insieme di borghi, come insieme di luoghi in cui il cittadino ha a disposizione tutti i servizi in un circuito di vita di 15-20 minuti. Ecco, questa è una immagine molto forte che ci racconta bene di come oggi la straordinaria qualità dei borghi storici italiani, in gran parte abbandonati, potrebbe diventare una opportunità straordinaria, se pensiamo anche a come i tempi di vita cambieranno con il telelavoro, per esempio. In questo periodo c'è stata una alfabetizzazione eccezionale e abbiamo scoperto che si può lavorare da casa e allora io penso che molti potrebbero scegliere, come alternativa alla città, di andare a vivere in questi borghi, per riabitarli, perché per secoli erano essi la città, erano essi che presidiavano ampi spazi di paesaggio. Quindi c'è una bella prospettiva di alleanza tra le città e il sistema dei borghi italiani.

Questa pandemia, che ci costretto ad isolarci nelle nostre abitazioni, ci ha forse fatto sperimentare cosa può significare l'isolamento vissuto dalla gente che ha patito i danni del terremoto...

R. - Sicuramente sì. Certo, è molto particolare questo isolamento pandemico, è una specie di solitudine connessa. Molto difficile anche da accettare. Città vuote, eppure piene di vita dietro le facciate, sospese in un tempo indefinito. Una percezione, una esperienza unica. Dobbiamo andare verso una idea diversa di socialità, in cui l'intensità delle relazioni, che è il carattere vero delle piazze e dei centri storici delle città italiane, torni ad essere forte, naturalmente lavorando sui requisiti di distanziamento dei corpi che ci vengono richiesti. Non potremo mai rinucniare all'intensità degli scambi, sarebbe davvero la morte dello spazio pubblico.

L'assenza di circolazione nelle città ha restituito il loro splendore. Qual è stata la sua percezione?

R. - Abbiamo capito cosa potrebbero essere le nostre città se fossimo capaci di controllare meglio il nostro rapporto con le altre specie viventi, con la natura. Abbiamo capito cosa è il silenzio, cosa è l'aria pulita, per esempio. Sono condizioni che possiamo recuperare se abbiamo il coraggio di evitare di ricadere in quella normalità che ha al suo interno gran parte delle cause di questa crisi e della crisi climatica in generale. Dobbiamo fare delle scelte. Una scelta è quella di pensare al fatto che le città, invece che funzionare per grandi luoghi di congestione dei corpi – sulla base della concezione tipica della città europea dall'800 in poi, penso ai grandi mercati generali, alle stazioni, alle fabbriche – debbano e possano anche funzionare privilegiando la dimensione del borgo, di una situazione in cui i cittadini hanno la possibilità di una vita autosufficiente senza perdere la percezione e l'utilizzo dei grandi servizi metropolitani. Non si può rinuciare alla dimensione pedonale, di quartiere, ciclabile. Un'altra sfida è quella della natura: riportare il più possibile la natura nella città, non solo vegetale. In queste settimane abbiamo visto come altre specie non domestiche si siano affacciate nelle città, e non è una novità: da anni assistiamo all'ingresso dei cinghiali, delle volpi, dei cervi nelle città europee. Vuol dire che abbiamo rotto un patto, abbiamo occupato il loro habitat per decenni e c'è una sofferenza. Io credo che il tema di diventare custodi e coltivatori della città come casa comune - tema che l'Enciclica Laudato Si' ha riproposto con molta forza - sia un tema validissimo, nel senso che lo abbiamo visto con maggiore evidenza proprio in queste settimane.

Il Papa ha inaugurato l'anno sulla Laudato Si' invitando alla cura della casa comune non trascurando i più fragili. In effetti, a volte si rischia di progettare luoghi bellissimi che però sono escludenti per alcuni...

R. - Sicuramente. Il tema dell'accessibilità è un tema fondamentale. Mi lasci dire, però che, se c'è stato un aspetto bello di queste settimane, è stato che tutti sapessimo che il sacrificio praticato era legato a una idea di generosità. Io credo che tutti sapessimo di essere impegnati in un supporto verso le fasce più esposte al rischio del contagio. E' stata una bellissima sensazione, secondo me, quella di fare un gesto a favore delle categorie più fragili in questo clima cupo, faticoso. Il tema della accessibilità agli spazi è una questione importante perché se parliamo della disabilità, per esempio, sia cognitiva che fisica, in fondo dobbiamo pensare che appartiene a tutti, in qualche misura. Tutti avremo una condizione di disabilità. Tutti saremo minoranze fragili. E' quindi un tema fondamentale della condizione urbana.

Gli homeless, i senza casa, sono persone fragili. Durante il picco della pandemia hanno fatto ancora più fatica. E' così sradicabile la loro condizione nelle grandi città? In che modo la progettazione architettonica può ripensarsi in funzione di una maggiore inclusività sociale?

R. - Assolutamente sì. Pensi che se dovessimo unire tutte le città del mondo in un unico spazio occuperemmo una parte ancora abbastanza piccola del pianeta, ma la cosa che farebbe ancora più impressione sarebbe che più del 30% quest'area sarebbe fatta di baracche, slums, di gente che vive in condizioni di povertà assoluta. Questa cosa non è solamente legata alla situazione dei Paesi in via di sviluppo, o alle megalopoli del sud est asiatico o del sudamerica. Sappiamo che i rischi che il cambiamento climatico determini una fortissima accentuazione dei fenomeni di migrazione sono altissimi. Si parla di 250 milioni di profughi, tra qualche decennio, costretti a muoversi per processi desertificazione o fenomeni legati al cambiamento. Significa ondate migratorie che trovano nelle favelas un primo approdo. E' dunque un tema cruciale a cui dobbiamo prepararci. Dobbiamo cercare di capire che si tratta di una grande sfida per lo sviluppo della città stessa, non tanto di un problema che si risolve mettendo barriere. Dobbiamo immaginare le città a ricevere questi flussi che ad oggi sembrano assultamente irreversibili.

Tornando al progetto nelle aree terremotate, come siamo messi sulla tempistica?

R. - Abbiamo appena saputo di aver vinto questa gara, ancora non sappiamo. Consideri che abbiamo anche progetti a Castel Sant'Angelo sul Nera e ad Amatrice. E' un territorio ferito, straordinario. Sono anni che lavoriamo con grande assiduità in quell'area. Una costellazione di piccoli centri che, per quanto divisa in quattro Regioni e otto Province, è una sorta di piccola metropoli ad arcipelago. Non lontano da Roma, da Macerata, da Ancona. Un pezzo di Italia meraviglioso. Ricordiamoci che, per esempio, l'acqua di Roma viene proprio da Amatrice. I piccoli centri danno moltissimo alla città. Abbiamo un pezzo di patrimonio di cui siamo debitori e che potrebbe essere il presidio di questa risorsa che è la natura, fondamentale per la vita urbana.

La sua città, Milano, uno dei principali epicentri della pandemia, come si presenta oggi?

R. - Nel momento più difficile è stata capace di un gesto collettivo di grande forza. Ha certamente grandi questioni aperte. Milano è il modello di città densissima di eccellenze, di istituzioni... A differenza di Roma, che è una metropoli dispersa sul territorio – mi lasci dire, per me rappresenta oggi un modello potenzionale di sviluppo per le metropoli nel mondo, nel futuro, se fosse governata consapevolmente - Milano è più difficile. Il tema della densità va affrontato con grande intelligenza. Credo che abbia tutte le energie culturali, tecnologiche, intellettuali, spirituali per ripartire con forza, ma non sarà facilissimo.

30 maggio 2020, 10:57