Cerca

Vatican News
Villaggio dei Munduruku Amazzonia Villaggio dei Munduruku Amazzonia 

L’agonia dei popoli dell’Amazzonia ai tempi del coronavirus

Le drammatiche condizioni delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, regione duramente provata dalla pandemia come ha ricordato oggi il Papa dopo il Regina Coeli, hanno acceso un nuovo campanello d’allarme sulla sorte di questo vasto territorio che si estende entro i confini di 9 paesi dell’America del Sud

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

Gli unici dati attendibili sulla diffusione della pandemia tra le popolazioni indigene dell’Amazzonia, provengono dai monitoraggi avviati dalla Rete ecclesiale panamazzonica (Repam) e dal Coica, l’organismo di coordinamento delle popolazioni indigene. Si parla di almeno 7449 morti e di quasi 156 mila contagi. Ma sono cifre da considerare per difetto se si tiene conto delle difficoltà di comunicazione in un’area così vasta e impervia. "Tanti - ha detto oggi Papa Francescodopo il Regina Caeli - sono i contagiati e i defunti, anche tra i popoli indigeni, particolarmente vulnerabili". Il virus - proveniente dalle principali città - ha già colpito almeno 60 gruppi etnici che vivono ai margini della foresta amazzonica e sta penetrando sempre più in profondità. Una delle aree amazzoniche che destano maggiori preoccupazioni è quella della cosiddetta Triple Frontera, là dove lungo il corso del Rio delle Amazzoni, si confondono i confini di tre Paesi: Brasile, Perù e Colombia.

Popoli indigeni e 'Amazzonia in pericolo

"Il richiamo che viene dalla Chiesa, in particolare dalla Repam è molto forte: senza gli indios, i suoi guardiani, anche l’Amazzonia è in pericolo". È quanto sottolinea Bruno Desidera, giornalista esperto dell’area, ed autore di un reportage pubblicato dal Sir, incentrato sulle testimonianze dei missionari e dei vescovi delle Chiese locali.

R. - La zona della Triple Frontera è ancora ai margini della foresta incontaminata e i confini statali che vi s’intrecciano sono piuttosto labili. È il caso dell’area tra Tabatinga, capoluogo dell’Alto Solimoes brasiliano, e Leticia, estremo lembo della Colombia. Frontiere permeabili ai più disparati traffici e negli ultimi anni meta di turismo. Qui il virus è venuto viaggiando lungo il fiume o per via aerea dalle grandi città di Manus e Iquitos. Non va dimenticato che Brasile e Perù sono ad oggi i Paesi con il maggior numero di contagi

Il numero dei contagi, tuttavia, è inferiore a quello rilevato nelle aree urbane di questi Paesi. Perché destano una preoccupazione così grande?

R. - Ho parlato con il vescovo dell’Alto Solimões, monsignor Adolfo Zon Pereira, saveriano spagnolo, che da giorni scruta e analizza i dati dei sette municipi della sua immensa diocesi, vasta quanto il Nord Italia ma con soli 220 mila abitanti. A impressionare non sono tanto i numeri assoluti (2.130 positivi e 93 decessi, secondo i dati del 21 maggio), ma la percentuale in rapporto alla popolazione, con un tasso di positivi relativa allo 0,97% della popolazione (quasi il triplo dell’Italia). In più, preoccupa il fatto che questi sono territori dove si svolgono un gran numero di traffici, anche illeciti, e sono punto di contatto con le riserve indigene. Ormai sono più di 60 le etnie indigene contagiate dal virus, ma una settimana fa erano poco più di 30.

I rappresentanti dei nativi attraverso il Coica - il Coordinamento delle popolazioni indigene della Conca amazzonica - hanno chiesto un intervento urgente alle Nazioni Unite. Quanto è concreto il rischio che intere etnie possano scomparire?

R. - Già in passato i virus hanno sterminato interi popoli, privi di anticorpi. Oggi queste popolazioni sono ancora più fragili, perché indebolite da stili di vita malsani ed estranei alla loro cultura. Il rischio che si verifichi un vero e proprio "etnogenocidio", come denunciato dai difensori delle popolazioni indigene, è dovuto al fatto che questa pandemia s’innesta su una situazione già degradata, anche da un punto di vista ambientale. In questo senso, il richiamo che viene dalla Chiesa, in particolare dalla Repam è molto forte: senza gli indios, i suoi guardiani, anche l’Amazzonia è in pericolo.

Sfruttamento, deforestazione, malattie. Come si muove la Chiesa locale in un contesto dove a tutto questo si aggiunge ora anche la fame?

R. - La Chiesa svolge una funzione di informazione fondamentale in quella zona, dove le comunicazioni sulle misure sanitarie di prevenzione difficilmente potrebbero arrivare. Basti pensare che in Perù, a Iquitos, è  stata la diocesi ad acquistare i respiratori e l’ossigeno necessario a curare le persone in zone prive di servizi sanitari. L’emergenza alimentare che adesso si aggiunge a quella sanitaria è dovuta all’economia di sussistenza. Nell’area della Triple Frontera le persone svolgono lavori precari e i commerci sono saltuari, quindi in questo momento in cui tutto è bloccato spesso si trovano senza un lavoro e di conseguenza senza cibo. Le collette organizzate dalla Chiesa sono essenziali a garantire la sopravvivenza.

C’è il rischio che la pandemia possa essere intenzionalmente sfruttata a danno degli indigeni dell’Amazzonia da portatori di determinati interessi economici?

R. - La miscela di spoliazione, di progetti di carattere economico, agricolo e minerario, da una parte, e dall'altra parte questo virus rischiano di essere un cocktail veramente infernale e mortale per questo polmone dell'umanità. Il rischio è dunque reale, anche perché in queste grandi  aree si  è un po' fermato tutto. Ma non si sono fermati i traffici illeciti, non si sono fermate le attività minerarie ed estrattive. Io non so se c'è un legame causa-effetto per quanto riguarda la diffusione del virus, però certamente questa situazione facilita, diciamo così, il 'lavoro sporco'.  

Aggiornamento ore 12.20 del 31 maggio 2020

31 maggio 2020, 12:20