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Vatican News

Un anno fa l’abbraccio del Papa ai famigliari di Dall’Oglio

A Casa Santa Marta, il 30 gennaio 2019, l’incontro in forma privata tra Francesco e la famiglia di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita rapito 6 anni e mezzo fa in Siria. Una lunga vicenda segnata da voci contrastanti sulla sorte del religioso ma anche dalla forza della speranza

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Sei anni e mezzo di assenza, di speranze accese e subito spente, di domande a cui non si è data risposta ma anche di una fede che non crolla. I famigliari di padre Paolo Dall’Oglio continuano a vivere nell’alternanza di sentimenti, nella richiesta di non spegnere i riflettori sulla vicenda del gesuita rapito il 29 luglio 2013 a Raqqa, in Siria. Uomo del dialogo, costruttore di ponti tra musulmani e cristiani, religioso di profonda spiritualità: padre Paolo Dall’Oglio ha dedicato la sua vita alla Siria dove nel 1982 fece rinascere il monastero siro-cattolico di Mar Musa.

L’incontro con il Papa

Un anno fa, il 30 gennaio 2019, i famigliari di Dall’Oglio sono stati ricevuti dal Papa in un incontro privato a Casa Santa Marta. A Vatican News, il racconto di Francesca Dall’Oglio, sorella di padre Paolo:

Ascolta l'intervista a Francesca Dall'Oglio


R. - A distanza di un anno sento ancora viva l'emozione di quell'incontro. Ricordo l'abbraccio di Papa Francesco alla mia mamma novantenne e di aver percepito come fosse cara la figura di mio fratello Paolo e il suo messaggio. E questo ce lo portiamo dietro come famiglia nel senso che ci aiuta ad andare avanti e sentire la vicinanza di Papa Francesco nell'incontro avuto è di grande forza.

Sono ormai 6 anni e mezzo di assenza fisica di padre Paolo, è stata importante la semina spirituale che ha fatto per tutta la sua vita grazie alla pubblicazione di libri, agli incontri svolti, al dialogo avviato. Quali sono secondo te i frutti raccolti anche durante questi anni di assenza?

R. - Dopo più di 6 anni riusciamo a cogliere meglio i frutti di quella che è stata la chiamata di Paolo, sia rivedendo i suoi scritti, sia vedendo come la comunità di Mar Musa ha continuato a dare i suoi frutti chiamare. Frutti raccolti anche a Cori (ndr la comunità monastica vicino Latina sull'esempio di Mar Musa) a Suleymania nel Kurdistan iracheno ( ndr luogo di vita di padre Paolo dopo essere andato via dal monastero di Mar Musa). Vorrei ricordare anche l’episodio tragico del sequestro di padre Murad (ndr monaco rapito nel 2015 dai jihadisti dell’Isis nel suo monastero di Mar Elian, a Qaryatain, vicino a Homs, dopo quasi cinque mesi di prigionia riuscì a fuggire). La sua testimonianza di essere sopravvissuto alla prigionia dell’Isis ci fa sentire una forza che viene dal Signore e dal messaggio di Paolo che ci aiuta ad andare avanti. C’è una cosa che mi viene in mente, una breve notazione che scrisse molti anni fa Paolo al padre Kolvenbach, preposito generale dei gesuiti dal 1983 al 2006, lui scrisse che “questo mondo musulmano, apparso misteriosamente sul mio orizzonte, è ora la mia patria mentale e affettiva”.  Sono pensieri del 2003. Quindi questo spirito di dialogo, di misticismo, di contemplazione, di accoglienza continua a dare i suoi frutti.

 

Un anno fa venne firmata ad Abu Dhabi il documento sulla Fratellanza, un ponte di dialogo tra l'Islam è il Cattolicesimo, ma che può essere considerata anche una pietra miliare per il dialogo tra le religioni…

R. - Non c'è dubbio ed è stato importante il fatto che il Santo Padre ci abbia ricevuto alla vigilia di questo viaggio che poi ha avuto degli echi così significativi per il futuro, direi proprio dell'umanità. Questo documento è stato  ed è per noi ancora oggi noi una fonte di grande riflessione.

Oggi com'è la situazione a Mar Musa, la comunità fondata da padre Paolo?

R. - Intanto osservo come a distanza di 6 anni di guerra lacerante, Mar Musa sia rimasta sempre aperto. Adesso so che ricominciano ad andare i pellegrini e il venerdì si recano anche gli abitanti del luogo che sono di religione musulmana. Sul territorio, la comunità è stata vicina ai agli abitanti, a Nebek, negli anni della guerra sono state ricostruite le case, si è trovato lavoro. Adesso hanno riaperto una scuola di musica per giovani che è il segno di un’armonia che può nascere anche tra diversità di culture, di religioni ma è anche la dimostrazione che le ferite forse possono piano piano cicatrizzarsi.

30 gennaio 2020, 15:40