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La preghiera dei cattolici di Haiti nella Cattedrale di Port-au-Prince La preghiera dei cattolici di Haiti nella Cattedrale di Port-au-Prince   (AFP or licensors)

Haiti, appello della Chiesa al governo: ascolti la sofferenza del popolo

Da oltre un mese migliaia di persone, per le strade della capitale e di altre città di Haiti, chiedono le dimissioni del presidente, Jovenel Moïse, accusato di corruzione e di incapacità di fronte alla crisi in cui versa il Paese. In una situazione di grave insicurezza , il rischio di violenze si moltiplica. 20 finora le vittime di sparatorie e scontri tra polizia e manifestanti. La voce della Chiesa locale

Adriana Masotti - Città del Vaticano

Penuria di carburante, carenza di cibo, aumento dei prezzi, corruzione, mancanza di sicurezza. Sono alcuni dei motivi che spiegano l'origine delle proteste e delle violenze che da oltre cinque settimane, si registrano ad Haiti, tanto da far temere il rischio di una guerra civile. Una protesta che è diventata ben presto richiesta di dimissioni del presidente Jovenel Moïse, accusato dall'opposizione di corruzione e di cattiva gestione dell'economia. 

Una ventina le vittime dei disordini durante le proteste

Scarse le notizie in arrivo dal Paese: si sa che sono già 20 i morti e oltre 200 i feriti a seguito di disordini nel corso delle imponenti manifestazioni organizzate a Port-au-Prince  e in altre città. Nella capitale auto e pneumatici dati alle fiamme, barricate per bloccare le strade, camion rovesciati, sparatorie e scontri con la polizia. Molte aziende e scuole sono state chiuse, mentre gli operatori di organizzazioni umanitarie si trovano nell’impossibilità di portare avanti il loro lavoro. E c'è chi approfitta del generale clima di insicurezza: alcuni uffici delle ong sono stati oggetto di furti e di gesti vandalici e anche quelli di una Caritas diocesana e i magazzini dell’équipe del Catholic Relief Services, l'agenzia umanitaria internazionale della comunità cattolica negli Stati Uniti operante nel Paese, hanno subito saccheggi.

Il presidente: non mi dimetto

Da parte sua, il presidente Jovenel Moïse, al potere dal 2017,  in una recente conferenza stampa ha affermato che non ha intenzione di dimettersi e ha esortato al dialogo e all’unità, ricordando che il periodo costituzionale per il quale è stato eletto è di cinque anni. Di fronte alla crisi che vive il Paese e alla sofferenza della popolazione non mancano gli appelli della Chiesa locale.

L'appello della Chiesa locale a fianco della popolazione

L’ultimo appello ieri, 22 ottobre, lo ha rivolto al presidente e al governo l'arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Max Leroy Mésidor, che, parlando nella Cattedrale della città, li ha esortati “ad ascoltare la voce della saggezza” e la sofferenza del popolo. Il presule, citando le parole di Papa Giovanni Paolo II quando nel 1983 visitò Haiti, ha ribadito che "qualcosa deve cambiare in questo Paese". "Troppe persone muoiono e la giustizia di Dio si avvererà a tutti i costi" ha detto ancora l'arcivescovo Mésidor. Ad ascoltare l’arcivescovo centinaia di fedeli che poco prima avevano partecipato ad una marcia di preghiera silenziosa indetta dalla stessa Chiesa cattolica locale nel giorno della festa liturgica di San Giovanni Paolo II. La manifestazione era sostenuta anche dalla Conferenza haitiana dei religiosi. Già a fine settembre la Conferenza episcopale di Haiti, aveva denunciato la drammatica situazione del Paese, accusando i dirigenti di irresponsabilità.

Cadorin della Caritas italiana: la fatica di andare avanti

Alessandro Cadorin è il coordinatore dei progetti di Caritas italiana ad Haiti. Lavora nel Paese dal febbraio del 2017 e non nasconde la fatica di andare avanti nell' impegno insieme agli operatori locali, in un momento così difficile e di grande precarietà.  Al  microfono di Vatican News racconta che cosa sta succedendo ad Haiti e quali sono le radici del malcontento della popolazione. Sulla posizione della Chiesa sottolinea che "è stata fin da subito molto chiara e giustamente severa, rispetto a un’efficacia dell’azione di governo generale e soprattutto riguardo alla mancanza di trasparenza da parte del presidente. La Chiesa ha chiesto quindi di intervenire rispetto alla situazione, soprattutto sociale ed economica, senza però vedere degli effetti, e successivamente ha chiesto al presidente di farsi da parte perché la situazione è talmente degradata che non ci sono alternative, per mantener e un minimo di coesione sociale".

Ascolta l'intervista a Alessandro Cadorin

Indispensabile il dialogo tra governo e opposizione 

Ma che cosa accadrebbe dopo le eventuali dimissioni di  Jovenel Moïse? "Questa è una delle questioni che preoccupano di più la comunità internazionale - risponde Cadorin -  ma ovviamente anche gli haitiani stessi, perché non c’è chiarezza su questo. Basti pensare che non c’è chiarezza nemmeno su qual è la Costituzione da applicare in un caso simile. Certo è che quando non c’è dialogo e non c’è volontà di confronto da parte delle due parti in conflitto non si può nemmeno individuare una possibile figura che guidi la transizione per portare a future elezioni". Da qui l'appello della Chiesa locale ad "ascoltare la voce della saggezza".

23 ottobre 2019, 13:10