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Afghanistan: conclusi i colloqui tra Stati Uniti e Taleban

Da Doha in Qatar, l’annuncio è stato dato in mattinata dalle delegazioni delle due parti. Entrambe si sono dette soddisfatte, ma agli incontri non ha partecipato nessun rappresentante del governo afghano. Aumentano le speranze per l’avvio di trattative dirette tra Kabul e i Taleban

Roberto Artigiani – Città del Vaticano

All’inizio di agosto, l’amministrazione Trump ha annunciato i preparativi al ritiro di migliaia di truppe dall’Afghanistan, in vista di un accordo che ponga fine a una guerra che va avanti ormai da quasi 20 anni. Oggi arriva l’annuncio delle conclusione delle trattative anche se la situazione deve essere ancora definita e sia gli USA che i Talebani si sono ritirati per consultare le rispettive leadership sulle successive azioni. Qual è la portata di questo accordo e qual è la situazione nel Paese? Ce ne parla Riccardo Radaelli, docente di geopolitica all’Università Cattolica di Milano.

Ascolta l'intervista a Riccardo Redaelli

Luci e ombre di un accordo storico

“La prospettive sono ancora molto poco chiare – inizia la sua disamina in maniera diretta Radaelli – Questi colloqui vanno avanti da tempo e rispondono a delle esigenze che più che essere dell’Afghanistan stesso sono delle due parti in gioco. Il presidente Trump ha dichiarato di voler chiudere la pagina afghana iniziata ormai quasi 20 anni fa e ritirare le trippe, In vista delle campagna elettorale per le presidenziali del 2020 vuole ottenere questo risultato e per farlo è disposto o a concedere molto ai Taleban, forse troppo. Innanzitutto sono stati riconosciuti, poi si è operata una distinzione tra gruppi estremisti e gruppi estremisti – che è abbastanza ridicola. Da parte dei Taleban invece c’è non solo il riconoscimento internazionale, ma anche il fatto che le forze statunitensi potrebbero abbandonare la regione. In mezzo c’è l’Afghanistan e soprattutto il governo afghano che non è stato coinvolto nei negoziati”.

La prospettiva di colloqui diretti

Al termine dell’annuncio di oggi è tornata alla ribalta una possibilità già paventata altre volte e dichiarata dallo stesso governo attualmente in carica al momento dell’apertura della campagna elettorale: l’avvio per la prima volta di colloqui diretti tra Kabul e i Taleban. Sull’argomento Radaelli spiega: “Colloqui tra Kabul e Taleban, che non bisogna dimenticare non sono un gruppo unito, ma una galassia di gruppi molto differenti tra loro, sono in atto ormai da molti anni. in questo momento è difficile che il governo afghano possa accettare un accordo senza essersi seduto al tavolo e soprattutto c’è la questione delle elezioni presidenziali che si dovrebbero tenere presto (sono previste per il 29 settembre, ndr). I Taleban le vogliono fermare e se davvero Kabul le fermasse sarebbe un gran sconfitta: si presenterebbe con un presidente di fatto delegittimato ad eventuali colloqui. Questi colloqui diretti comunque mi sembrano molto spinosi perché ci sono troppe parti in gioco che hanno molto da perdere”.

Le prospettive di una partita complicata

Le prospettive del possibile avvio di dialogo tra le due parti le chiarisce Radaelli: “Bisognerà vedere se i Taleban interferiranno davvero fortemente nella campagna elettorale, perché se così fosse sarebbe difficile per un nuovo presidente aprire a gruppi che hanno insanguinato le elezioni. D’altra parte se i Taleban non intervenissero risulterebbero indeboliti. Tra l’altro, non tutta la dirigenza che sta negoziando oggi controlla l’intero movimento. La partita è molto più complicata. Francamente sono perplesso dalla fretta degli americani e dal fatto che abbiano accettato di negoziare senza coinvolgere il governo loro alleato che hanno creato, mantenuto e sostenuto per quasi 20 anni”.

Il fardello degli errori passati

Insomma la situazione del Paese – come d’altra parte si ripete da molto tempo – è complessa e articolata. Bisogna andare avanti tenendo conto degli errori compiuti finora: “L’Afghanistan è ormai da decenni in una guerra permanente. Nel 2001 siamo entrati nel Paese con grandissime aspettative e speranze eccessive: le abbiamo disattese tutte, completamente. È evidente che la guerra così non può andare avanti perché viene pagata dalla popolazione civile, ma l’alternativa qual è? Ossia i Taleban quanto sono disposti a moderare il proprio estremismo? Il rischio, se vanno via gli americani e la Nato, è l’indebolimento del potere centrale, che porti a nuovi conflitti locali e nuove frammentazioni che è sempre stata la maledizione di questo sfortunato paese”.

12 agosto 2019, 14:40