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L'inondazione causata dal ciclone Idai nei sobborghi di Beira in Mozambico L'inondazione causata dal ciclone Idai nei sobborghi di Beira in Mozambico 

Mozambico: la città di Beira va avanti dopo il ciclone Idai

A quattro mesi dal disastro che ha colpito il Paese e l’Africa centro-orientale, i Medici per l’Africa Cuamm, parlano dei progetti per rafforzare il sistema sanitario locale

Michele Raviart – Città del Vaticano

Lo scorso 15 marzo il ciclone Idai colpiva l’Africa centro-orientale e il Mozambico, che sarà visitato da Papa Francesco il prossimo settembre. Beira, la seconda città del Paese è stata distrutta al 90% e quattro mesi di distanza continuano le opere di ricostruzione. I Medici per l’Africa Cuamm si stanno adoperando per fornire i servizi di assistenza primaria nelle aree più danneggiate della città rimettere in funzione il sistema sanitario, in particolare garantendo cinque ambulanze per il primo soccorso e potenziando gli aiuti alle donne incinte e ai bambini fino ai cinque anni. Un progetto che punta a coprire i bisogni di quasi sette mila persone, 15 “centri di salute” e un ospedale di riferimento.

La lenta ricostruzione

“Oggi i bisogni acuti propri della fase d’emergenza in qualche modo sono stati superati”, spiega a Vatican News Giovanni Putoto, responsabile della programmazione del Cuamm, riferendosi “all’accesso al cibo, ad avere dei ripari e alle necessità sanitarie di primissimo ordine”. “Adesso”, spiega “siamo in una fase di ricostruzione, una fase lenta, lunga, ugualmente molto faticosa perché si tratta di ripristinare i servizi come erano prima del ciclone e possibilmente anche meglio, visto che il ciclone ha aumentato i bisogni. E quindi qui c’è tutto lo sforzo di mettere mano alla ricostruzione delle infrastrutture, dei tetti… anche ai problemi dell’emergenza e dei trasporti a cui stiamo cercando di rispondere con l’attivazione di un servizio tipo “118” nella città di Beira che ha 500 mila abitanti”.

Oltre 600 i morti in tutto il Paese

Il ciclone Idai in tutto il Mozambico ha ucciso 600 persone ferendone circa 1600. Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro case, spesso fatiscenti, per andare a vivere in improvvisati centri di accoglienza. “In questo momento i centri si trovano ancora nelle aree più periferiche dove si fa più fatica, più che nelle aree urbane in senso stretto”, spiega ancora Putoto, “perché lì gli aiuti, quelli ‘molecolari’, capillari sono sì arrivati, ma sono più lenti”. “I centri”, prosegue, “un po’ alla volta si stanno gradualmente svuotando. Da un lato perché gli uomini, in particolare, sono rientrati a lavorare: hanno un doppio lavoro, cioè, il lavoro vero e proprio, della loro professione, e dall’altro hanno il lavoro di ricostruzione materiale delle proprie abitazioni”.

L’obiettivo è lasciare i centri di accoglienza

“Nessuno vuole rimanere in un centro di raccolta”, conclude Putoto, “dove si perdono i ritmi, le atmosfere e anche l’intimità e la riservatezza propria di un’abitazione, per quanto semplice, per quanto sobria. E questo processo è spinto anche dalla riattivazione dei servizi. La vera sfida adesso è proprio la ricostruzione: ricostruire, rafforzare e rendere le strutture, le persone, i servizi capaci di recuperare presto i volumi di attività precedenti al ciclone”.

Ascolta l'intervista integrale a Giovanni Putoto del Cuamm

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15 luglio 2019, 16:26