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Italia in declino demografico: senza migranti futuro incerto

In Italia si aggrava l’emorragia demografica, certificata dall'Istat nel suo ultimo report. Intervista con don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Cei: un Paese che non favorisce la natalità e chiude le porte agli stranieri, è sempre più sterile

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Per la prima volta, negli ultimi 90 anni, in Italia si registra una fase di declino demografico. A certificarlo è l’Istat nel suo ultimo report sul bilancio demografico sottolineando che il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, scesa nel 2018 a 55 milioni e 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente. Le persone con cittadinanza straniera sono 5.255.503, l’8,7% dei residenti a livello nazionale. Complessivamente, i residenti in Italia sono poco più di 60 milioni. Dal 2014 al 2018, ricorda l’Istat, la popolazione è diminuita di 677 mila persone. È come se fosse scomparsa di una città grande come Palermo. 

I decessi superano le nascite

Ad alimentare il declino demografico sono in particolare la diminuzione delle nascite e l’aumento degli espatri. Nel 2018 sono stati iscritti all’anagrafe per nascita solo 439.747 bambini. È il minimo storico dal 1861, dall’Unità d’Italia. Nel 2018 la differenza tra nati e morti è negativa ed è pari a -193 mila unità. La popolazione diminuisce anche perché molti italiani decidono di emigrare all’estero. Le persone che hanno lasciato l’Italia, nel 2018, sono quasi 157 mila, con un aumento di 2 mila unità rispetto al 2017.

Un Paese multietnico

Il declino demografico è frenato solo dall’aumento dei cittadini stranieri. Negli ultimi quattro anni, i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. La presenza di quasi 50 nazionalità differenti con almeno 10 mila residenti conferma, inoltre, il contesto sempre più multietnico dell’Italia. Le cinque cittadinanze straniere più numerose presenti in Italia sono quella romena (1 milione 207 mila), albanese (441 mila), marocchina (423 mila), cinese (300 mila) e ucraina (239 mila). Da sole rappresentano quasi il 50% del totale degli stranieri residenti.

Don Gentili: un Paese che chiude le porte è sempre più sterile

Per arginare il calo demografico si devono sostenere le famiglie attraverso strategie e politiche mirate. E non si devono chiudere le porte agli stranieri. È quanto sottolinea don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Cei:

Ascolta l'intervista a don Paolo Gentili

R. -  È uno scenario molto preoccupante perché è come una piramide che si ribalta: i nuovi nati, che saranno poi quelli destinati nel futuro a portare anche il peso delle generazioni precedenti, sono sempre di meno. Questo è il segno di una mancanza e anche di poca vitalità del nostro Paese. È il segno di una mancanza di futuro, di prospettiva tesa a una speranza. E’ come se venisse a mancare il segno più forte, quello di amore per la vita.

Quali sono le vie privilegiate per incentivare la natalità, per superare questo sempre più preoccupante inverno demografico?

Si tratta di invertire completamente la rotta: ad oggi sembra che fare un figlio sia un fatto privato. Non ha una dimensione di rilevanza sociale ed è scarsamente sostenuto. La questione è quella di rendere per tutti possibile il secondo, terzo e, perché no, il quarto figlio. E’ il sogno che portiamo nel cuore.

Nel secondo dopoguerra, nonostante un contesto segnato da una dilagante povertà, in Italia erano molte le famiglie numerose. Oggi, oltre alla mancanza di politiche mirate, quel modello di famiglia, con tanti figli sembra logorato da una cultura sempre più individualista, da un mondo del lavoro profondamente mutato, ma anche da richiami della società consumistica sempre più invasivi….

R. – Infatti, occorre ricreare una nuova solidarietà tra le famiglie perché c’è un gran senso di solitudine. Si deve ricreare quella possibilità concreta di un aiuto vero, anche dentro il condominio, nella comunità, in particolare nella comunità cristiana, dove quel figlio è un po’ sostenuto anche dagli altri.

Un altro aspetto in questa istantanea scattata dall’Istat è che l’Italia è un Paese multietnico: sono circa 50 le nazionalità differenti presenti nel Paese. Una delle sfide cruciali è quella dell’integrazione…

R. – È una grandissima ricchezza questa. Purtroppo, oggi, abbiamo questo sguardo un po’ viziato, quasi di difesa, di paura. E la paura è una cattiva consigliera. Lo sguardo vero è quello della fraternità.

Il declino demografico dell’Italia è rallentato dalla crescita dei cittadini stranieri. I dati dell’Istat, al contrario degli slogan provenienti da alcuni ambiti del mondo della politica, ci dicono che senza migranti l’Italia è un Paese dal futuro incerto…

R. – Rispetto al 2014, una città grande come Palermo, di oltre 600mila abitanti, è sparita. Questo è un segnale forte: noi stiamo invecchiando e dall’altro lato vorremmo anche chiudere le porte a coloro che, invece, sono la forza giovane e che portano anche un contagio di entusiasmo, di futuro, di speranza per il nostro Paese. La cultura cresce nel rapporto, nell’incontro. Come dice Papa Francesco: “la cultura dell’incontro  è ciò che salva l’uomo”. Chiudersi è soltanto sterilità. E porta soltanto porte chiuse anche a noi stessi. 

04 luglio 2019, 12:31