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Blackout in Venezuela: Ass. Latinoamericana in Italia: "La gente è rassegnata"

Un nuovo blackout elettrico colpisce un Venezuela già in ginocchio. Ieri alle 16;45 (ora locale) si è interrotta la distribuzione di energia elettrica in quasi tutti gli Stati di cui si compone il Paese sudamericano.

Eugenio Murrali - Città del Vaticano

Il Venezuela resta al buio e non è solo una metafora né la prima volta. A Caracas, le persone, uscite dal lavoro, hanno trovato le linee metropolitane bloccate e hanno cercato di raggiungere casa a piedi. Problemi anche per i voli all'Aeroporto Internazionale di Maiquetía. Sul blackout e più in generale sulla situazione umanitaria in Venezuela abbiamo intervistato Assunta Maria Di Pino, vicepresidente dell'Associazione Latinoamericana in Italia (ALI):

Ascolta l'intervista

Un nuovo blackout per il Venezuela?

R. – Questo è il quinto, il più importante, ma in diversi Stati venezuelani il blackout, a intermittenza, 4-5 ore al giorno, c’è sempre stato, soprattutto in una città caldissima come Maracaibo, in cui da aprile si è intensificato. Il Venezuela ha problemi con gli impianti elettrici nazionali da moltissimi anni, già dalla fine dei ’90.

A Caracas ci sono stati grossi problemi alla linea delle metropolitane e una folla che è uscita dal lavoro e ha cercato di arrivare a casa a piedi: sono scenari frequenti?

R. – Ormai le persone sono abituate a questa carenza… Diverse crisi hanno portato le persone a uscire dal Paese o a vivere in una condizione non umana.

In questo momento qual è l’emergenza per cui lavorate di più?


R. – Da anni lavoriamo per la raccolta dei farmaci in Italia, attraverso l’aiuto che ci dà in particolare il banco farmaceutico e altre istituzioni italiane, come la Caritas italiana. Le nostre donazioni sono inviate direttamente alle organizzazioni, le Ong in Venezuela. Fondamentalmente abbiamo un rapporto, un’alleanza con Caritas Venezuela… Il 70 per cento del nostro lavoro lo inviamo a Caritas Venezuela che si occupa poi di distribuirlo alle altre Caritas diocesane in tutto il territorio nazionale venezuelano, dove hanno aperto ambulatori - che si chiamano “bancos de medicamentos” - forniti di dottori, volontari, infermieri, che distribuiscono il farmaco alle persone che ne hanno bisogno e non possono acquistarlo.

Le persone come stanno, sono esasperate?

R. – Sì, ma la cosa più triste è che sono rassegnate. Lo posso notare dai discorsi che mi fa mio fratello, discorsi che mi hanno colpita profondamente. Anni fa notavo in lui, e in molte persone che conosco, la totale disperazione, proprio un affanno nel parlare e nel raccontare ciò che loro vivevano. Oggi invece c’è una sorta di rassegnazione, quasi come dire: "Se ne è andata la luce? Non fa niente. Se ne va l’acqua? Troviamo la soluzione, riempiamo i bidoni, la vasca…". Non vedono via d’uscita e questa è la cosa che mi intristisce di più.

I prezzi sono molto alti?

R. – Il bolívar, dopo una serie infinita di svalutazione e di cambi diversi, è quasi sparito dalle tasche delle persone che, anche se guadagnano in bolívares, spendono in dollaro. Ormai si è tutto “dollarizzato”, anche nei negozi accettano e vogliono dollari e le persone adesso si affannano ad avere sempre dollari… Il valore dei prodotti è uguale a quello che abbiamo noi nel nostro mercato, pertanto le persone fanno un’enorme fatica nell’acquistare qualsiasi tipo di prodotto, perché non guadagnano abbastanza per comprare.

La popolazione è dimagrita molto in questi ultimi anni?

R. – Intorno ai 10-12 kg, per quanto riguarda le persone adulte. I bambini hanno un’alimentazione talmente precaria che il loro sviluppo sia fisico che mentale è molto critico. I ragazzi di 12-13 anni sono alti ma magri, magri… Anche quelli delle classi medie… I miei familiari, i figli dei miei cugini, li vedo così nelle fotografie. E’ la cosa che più mi dispiace e che penso sia il problema più grosso, perché loro sono il futuro del nostro Paese. Mi ha molto colpito la storia di una famiglia italiana, di una mamma e un papà italiani che tutta la vita hanno vissuto in condizioni normali ma che nella situazione venezuelana sono rimasti senza lavoro e hanno un bambino per cui non riuscivano a comprare il latte… Abbiamo fatto il possibile per inviare alimenti ma poi abbiamo deciso che questa famiglia meritava una vita migliore e l’abbiamo fatta arrivare in Italia.

23 luglio 2019, 14:52