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Da Wall Street al braccio della morte, Dale Recinella a Rebibbia

Il cappellano laico che ha accompagnato alla morte oltre 18 condannati in un penitenziario della Florida, negli Stati Uniti, ora gira il mondo per raccontare la sua storia che è diventata anche un libro. La sua testimonianza nel carcere di Rebibbia, in un giorno molto particolare

Roberta Barbi – Città del Vaticano

È una mattina già torrida quando i pesanti portoni del carcere di Rebibbia si aprono per accoglierci con il loro consueto clangore. Abbiamo l’onore di accompagnare Dale Recinella, il cappellano laico noto in tutti gli Stati Uniti per la sua singolare parabola di vita: dai vertici della finanza, dopo una malattia grave e l’incontro con Gesù ha cambiato vita, e da 20 anni la sua la spende tra quelli a cui lo Stato la sta per togliere, i condannati nel braccio della morte. Assieme alla moglie, infatti, accompagna verso l’iniezione letale i detenuti nel penitenziario della Florida - dove c’è il braccio della morte più grande degli Usa, circa 350 persone in attesa di esecuzione - e le loro famiglie; inoltre gira il Paese e il mondo per raccontare la sua esperienza e sensibilizzare la gente contro la pena capitale. In questi giorni è arrivato anche qui, per incontrare Papa Francesco… e i detenuti di Rebibbia.

“Il contatto detenuti-famiglie, un diritto della vita”

Arriva a Rebibbia in una mattina particolare: quella in cui si sta festeggiando la festa della mamma: “Abbiamo voluto prolungare il mese mariano, perciò la nostra festa la facciamo oggi”, gli spiega l’instancabile direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo. In effetti nel giardino un po’ fatiscente che ci ospita, tra gli alberi scorazzano decine di bambini con il volto dipinto dai colori a dito e le mani che impugnano palloncini a forma di fiore, sotto l’occhio vigile non delle guardie carcerarie, per una volta, ma delle loro mamme. “Anche noi lavoriamo tanto con i familiari perché il contatto del detenuto con i suoi cari fa parte dei diritti della vita”, esordisce il cappellano al microfono, e improvvisamente gli si fa intorno un cerchio di una cinquantina di persone, tra detenuti e parenti, curiosi di ascoltare la sua storia.

Con loro anche durante l’esecuzione

“Assisto detenuti come voi da 30 anni, ma ora mi occupo soprattutto di quelli più sfortunati, i condannati a morte – dice – li accompagno fino alla fine, anche se nella stanza dell’esecuzione non mi è permesso entrare. Allora mi sposto dietro al vetro, dove stanno i familiari della vittima e dico loro, in quel momento, di fissarmi negli occhi, almeno l’ultima immagine che vedranno sarà di qualcuno che ha voluto loro bene”. A questo punto gli occhi degli ospiti di Rebibbia sono già lucidi; le loro mani non riescono a non stringere quelle delle loro mogli, delle loro mamme e delle loro sorelle, non riescono a lasciare i bambini che tengono in braccio. “Il periodo più duro è quando viene comunicata la data dell’esecuzione – aggiunge Recinella – perché tutti si rendono conto che il tempo che rimane da vivere insieme è poco. Cinque o sei settimane prima, poi, il detenuto viene trasferito in quella che chiamano ‘casa della morte’ e lì resta con me e con i parenti fino alla fine, poi i familiari sono costretti a uscire dal carcere e di solito vanno in chiesa a pregare”.

La detenzione: riabilitazione, non vendetta

“Noi lavoriamo anche con chi uscirà”, prosegue Dale, e racconta la storia di Kenny, un ragazzo di 19 anni arrestato per una rapina a un benzinaio finita nel sangue. Con molto lavoro sono riusciti a evitargli la condanna a morte, commutata all’ultimo dalla giuria in ergastolo. Pur se in carcere, nel frattempo Kenny ha capito i suoi errori, si è sposato e ora aiuta Dale e la moglie, che lo hanno accolto come un figlio nella loro vita, nell’assistenza agli altri detenuti. A questo punto uno degli ospiti di Rebibbia gli fa una domanda: cosa ne pensa dell’ergastolo ostativo, e lui risponde che purtroppo negli Usa, con 26 Stati in cui è ancora in vigore la pena di morte, è una questione secondaria. Sulla questione, poi, la pensa come Papa Francesco: che dovrebbe essere abolito perché è una pena che toglie la speranza, mentre la detenzione dovrebbe essere sinonimo di riabilitazione, non di vendetta.

Ai detenuti: siate gentili gli uni verso gli altri

Al termine dell’incontro partecipiamo tutti insieme alla benedizione della mamma che è in programma prima di pranzo: il sole ormai è cocente, ma tutti si raccolgono in preghiera prima dei festeggiamenti a tavola. Al congedo ci pensa l’energia della direttrice, che riprendendo le parole di Recinella esorta i detenuti a essere gentili e disponibili gli uni verso gli altri, ad avere attenzioni verso il lor prossimo, perché è questo che Gesù vuole. Lo dice con il tono fermo ma dolce che userebbe una mamma con i propri figli, e in effetti i detenuti sono un po’ tutti figli suoi.

  

11 giugno 2019, 10:00