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Una strada di Colombo, la capitale dello Sri Lanka colpita dagli attentati nel giorno di Pasqua Una strada di Colombo, la capitale dello Sri Lanka colpita dagli attentati nel giorno di Pasqua   (AFP or licensors)

Sri Lanka, superare la duplice ossessione di cristianofobia e di islamofobia

La strage terroristica di Pasqua non fermerà il dialogo nello Sri Lanka. Ne è convinto Ambrogio Bongiovanni, docente di dialogo interreligioso ed interculturale, che invita ad uscire dal rischio di facili schematismi e contrapposizioni sulla base della religione

Antonella Palermo - Città del Vaticano

Un nuovo bagno di sangue ha causato ieri nello Sri Lanka altri 15 morti, tra cui sei bambini e tre donne, nella parte orientale dell’isola, in una casa che l’esercito si preparava a perquisire nell’ambito delle indagini sugli attentati multipli di domenica scorsa. La responsabilità viene di nuovo attribuita a presunti membri del gruppuscolo radicale islamico National Thowheed Jamath, già accusato della strage di Pasqua. Intanto l’arcivescovo di Colombo ha annunciato che nel giorno di domenica nel Paese non saranno più celebrate messe, fino a nuovo ordine. Sul contesto srilankese, Radio Vaticana Italia ha intervistato Ambrogio Bongiovanni, docente alla Pontificia Università Urbaniana di Roma e alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli:

Ascolta l'intervista al prof. Ambrogio Bongiovanni

R. - L’attentato ha creato uno shock collettivo. Ho avuto modo di ascoltare, poco prima della strage, diverse persone in loco e mi è sembrato che  timori per un’azione così devastante non ci fossero nell’aria. Lo Sri Lanka attraversa un periodo molto delicato per crisi politiche interne e per un lungo percorso di riconciliazione che ha avviato dopo la guerra civile interetnica tra tamil e singalesi. E’ un Paese strategico per posizione geografica, per la vicinanza con l’India, e perciò stimola appetiti commerciali e militari. Non dimentichiamo che, essendo anche una realtà molto attraente dal punto di vista turistico, c’è una preoccupazione, che ho riscontrato personalmente, relativa al modello di sviluppo da adottare. La Chiesa gioca un ruolo molto importante sia in relazione all’ambito della giustizia sociale e dell’equilibrio sostenibile, sia sul tema del dialogo interreligioso.

Ci sono sintomi che potrebbero ricondurre gli attacchi di Pasqua a presunte incrinature di questo dialogo?

R. - La Chiesa cattolica è minoranza, insieme a quella musulmana e hindu, di fronte a una maggioranza buddista. Il dialogo è attivo e in questi ultimi anni ci sono state molte iniziative per promuoverlo. Pensare che questa strage possa minare il dialogo è difficile. Almeno se lo consideriamo come dovrebbe essere inteso, una vocazione della Chiesa e dei cristiani a vivere il Vangelo di fronte agli altri, di fronte alla diversità. Non penso che gli attentati possano modificare questo stile di pensiero. Se poi consideriamo il dialogo interreligioso come una strategia politica, non so. Il dialogo certamente non può essere ridotto a uno strumento di negoziazione. Io credo che questi eventi ancora di più ci spingono a sostenere la promozione del dialogo. E’ del resto l’invito che scaturisce dal documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi. Ecco, quello è un documento di estrema importanza, un punto di arrivo e di partenza per educare le comunità di appartenenza a lavorare insieme ma è anche un faro per tutte le altre tradizioni religiose. Lega la costruzione della pace a un mondo di giustizia ed è un documento che in Sri Lanka va tenuto nella massima considerazione nell’azione pastorale.

Alla luce di quanto accaduto, si può parlare di persecuzione dei cristiani, che insomma siano i cristiani il bersaglio della violenza?

R. - Questo è un tema sul quale bisogna sempre stare attenti, perché ogni semplificazione corre il rischio di banalizzare le questioni. Sarei cauto. Certo, vengono dati dei segnali: è indubbio che nel mondo i cristiani vivano discriminazioni evidenti, però dobbiamo tener conto che in alcuni contesti, nello stesso Sri Lanka o in India, per esempio, la comunità musulmana è anch’essa discriminata. Oggi ci troviamo di fronte ad una duplice forma di ossessione: cristianofobia e islamofobia. Cosa significa colpire l’occidente cristiano, espressione che pure troviamo in ambito islamista, quando invece sappiamo bene che l’occidente non possiamo più chiamarlo cristiano nella sua prassi? In particolare, l’Europa ha fatto della laicità e del laicismo una sua modalità di espressione.

C'è il rischio di strumentalizzare le religioni?

R. - Mediaticamente spesso si fa apparire un mondo in guerra in nome di Dio, a sostegno di una tesi per cui le religioni conducono necessariamente a qualche conflitto. Il vero problema è sempre quello della strumentalizzazione, da parte della politica, delle identità religiose e dei loro simboli. Lo stiamo osservando a livello globale. Ovvio che le singole tradizioni religiose devono impegnarsi costantemente a formare i propri membri a non giustificare alcuna forma di violenza. E poi ricordiamoci anche che non bisogna confondere ciò che è etnico da ciò che è strettamente religioso: alle volte sono ambiti interconnessi ma bisogna anche saper distinguere.

Alcuni analisti ritengono che il nocciolo squisitamente terroristico dell’islamismo radicale sia ancora sostanzialmente intatto, dopo quasi vent’anni di ‘guerra al terrorismo’. E’ d’accordo?

Io non sono un politologo, ma mi chiedo cosa significhi fare la guerra al terrorismo. Ricordo gli interventi di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra del Golfo, che scongiuravano l’interventismo. L’interventismo in questi Paesi con l’idea di sconfiggere il terrorismo in realtà ha aumentato il caos. Forse non c’è stata un'azione sufficientemente ragionata, equilibrata. L’espressione di Papa Francesco di una guerra mondiale a pezzi ci lascia pensare a come oggi il nemico sia meno identificabile, più difficile da sconfiggere.

28 aprile 2019, 14:07