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La devastazione dei bombardamenti in Yemen La devastazione dei bombardamenti in Yemen  (AFP or licensors)

4 anni di guerra in Yemen. Mons. Paul Hinder: difficile una tregua

Per Save The Children, violenze e distruzione hanno costretto 1,5 milioni di bambini a fuggire dalle loro case, dall'inizio del conflitto in Yemen. L'intervista con mons. Paul Hinder, vicario apostolico per l'Arabia Meridionale

Alessandro Guarasci – Città del Vaticano

A 4 anni dall'inizio del conflitto in Yemen che vede contrapporsi i ribelli sciiti Houthi e la coalizione araba a guida saudita, nel Paese è esplosa un'epidemia di colera. Secondo le Nazioni Unite sono già 200 i morti e 110mila i casi sospetti, un terzo sono bambini piccoli al di sotto dei 5 anni. L'Unicef e l'Oms stanno lavorando incessantemente per evitare il diffondersi dell'epidemia. Il timore è che, con l'arrivo precoce della stagione delle piogge e la catastrofe dei servizi sanitari di base oltre che della penuria di acqua, la malattia possa ulteriormente diffondersi. Inoltre il cattivo stato del sistema fognario, l'utilizzo dell'acqua contaminata per innaffiare i campi, la mancanza di elettricità per conservare gli alimenti e la quantità di persone sfollate che fuggono le violenze, aggravano la situazione. Solo due giorni fa, un attacco aereo ha distrutto l'ospedale di Kitaf sostenuto da Save the Children uccidendo 8 persone, tra questi 5 bimbi.  Al 14 marzo scorso secondo le Nazioni Unite, i civili uccisi dall'inizio della guerra sono stati 7.072 e 11.205 i feriti.  Secondo l’associazione Save The Children, dall'inizio dell'escalation, più di 19 mila raid aerei hanno devastato scuole, ospedali e importanti infrastrutture, 13 al giorno, più di uno ogni 2 ore. Violenze e distruzione che hanno costretto 1,5 milioni di bambini a fuggire dalle loro case e dai loro villaggi e che in molti casi, più di 1 al giorno, sono stati colpiti dai bombardamenti proprio mentre tentavano di ripararsi in un luogo sicuro. 

Per mons. Paul Hinder, vicario apostolico per l’Arabia Meridionale, “è difficile ad oggi una tregua. All’interno del Paese ci sono diverse forze opposte e poi ci sono influenze esterne”. 

Ascolta l'intervista a mons. Hinder

R. - Il problema è che ci sono diverse forze opposte all’interno del Paese. Tutto questo ha creato il clima per una guerra civile. Poi evidentemente, altro problema è l’ingerenza esterna, esercitata dai poteri regionali, come l’Arabia Saudita con i suoi alleati, l’Iran. Tutti aspetti che non permettono di arrivare ad una tregua. È molto, molto difficile. Non so quando questo processo avrà un risultato più positivo. Spero, speriamo tutti, ma sembra che per ora ci sia ancora troppo odio, troppa sfiducia che forse è il problema maggiore. Non c’è fiducia fra le diverse parti che restano sulle loro posizioni senza arrivare a un compromesso, l’unico modo per arrivare finalmente ad una pace.

Mons. Hinder, una guerra che forse più di altre ha coinvolto la popolazione civile. Ma, secondo lei, perché la comunità internazionale si è mossa poco e male?

R. - Lo Yemen forse è un po’ fuori dall’interesse internazionale e intercontinentale, malgrado la posizione strategica importante, soprattutto per quanto riguarda l’entrata sul Mar Rosso. Mi sembra che coloro che sono coinvolti nella guerra non vogliono che se ne parli troppo. Questa è l’impressione che ho. Anche la stampa o i media occidentali ne parlano relativamente poco specie per quanto riguarda la gravità del conflitto. Dove c’è la guerra c’è sempre uno che guadagna; coloro che fanno il traffico delle armi o che

La soluzione potrebbe essere quella di tornare a due Stati distinti, uno al Nord e uno al Sud? È una possibilità che può essere presa in considerazione?

R. - Forse alla fine questo sarà il risultato. Io non ci credo tanto perché alla fine avremo anche più di due Stati. Non si tratta solamente del Sud e del Nord; all’interno dello Yemen ci sono diverse regioni che hanno questa tendenza indipendentista. Penso che la strada giusta potrebbe essere uno Stato confederato, quindi meno centralizzato come era in passato. Ma la domanda è questa: saranno capaci di accettare questa ripartizione all’interno del Paese con centri regionali, quindi una sorta di Stato confederato?
 

Ultimo aggiornamento 15.53 del 28.03. 2019

27 marzo 2019, 08:00