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20 marzo Giornata mondiale della felicità 20 marzo Giornata mondiale della felicità 

Un giorno per impegnarsi ad essere felici

Oggi è la Giornata mondiale della felicità, proclamata dalle Nazioni Unite per centrare un obiettivo umano fondamentale da raggiungere nel mondo intero. Intervista al sociologo Paolo Corvo

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Una giornata indetta nel 2013 per celebrare la felicità, a significare che la ricerca della felicità è entrata di diritto nei bisogni primari dell’umanità, cui si chiede da parte degli Stati di dare risposta. Un traguardo davvero ambizioso, collegato dalle Nazioni Unite anche agli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030 per porre fine alla povertà, ridurre le disuguaglianze e proteggere il pianeta, “tre aspetti chiave per arrivare – si legge nelle motivazioni della Giornata -  al benessere e alla felicità”. Due parole complesse da declinare se dal piano sociale passiamo a quello personale, come spiega il sociologo Paolo Corvo, docente all’Università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo, in Piemonte.

Ascolta l'intervista a Paolo Corvo

Questa Giornata è un segno di tempi maturi per garantire a tutti la felicità o è un segno di tempi, in realtà, molto inquieti da dover richiamare la necessità di essere felici?

R. – Direi che certamente forse entrambe le cose, in effetti in passato si tendeva più che altro a cercare di alleviare il dolore delle persone. Negli ultimi anni sicuramente si è acquisita la consapevolezza dell’importanza per tutte le persone di poter realizzare il proprio desiderio di felicità. Questo fu proclamato per la prima volta dagli Stati Uniti nella loro Costituzione e poi però in tutti i Paesi, ormai, c’è questa attenzione e naturalmente si tratta di capire come questa felicità possa essere declinata. Forse all’inizio, addirittura, a livello filosofico,  intendere che cosa sia realmente: se è uno stato d’animo, una sensazione momentanea oppure un modo di vivere che permette di affrontare la vita in un certo modo, con serenità e felicità.

Viviamo in un’epoca di esasperata ricerca del benessere con tanti stimoli che ci arrivano dall’esterno per essere felici, almeno sulla carta: questo aiuta o crea frustrazioni?

In effetti il discorso è molto complesso. Probabilmente il problema sta nel fatto che le persone o comunque un certo modello culturale attribuisce alla felicità individuale il livello massimo di benessere. E, questo può comportare dei problemi perché in realtà la felicità può essere vissuta soltanto insieme agli altri, nella condivisione di tanti momenti che possono essere anche quelli meno felici della vita, perché è chiaro che se tu vuoi essere felice con gli altri devi nello stesso tempo affrontare anche i momenti di dolore. Quindi probabilmente occorre puntare, sì, a una dimensione di felicità ma che abbia una funzione e una visione sociale. Già Bauman sottolineava questa difficoltà in una concezione che è troppo estetica della felicità, troppo momentanea, troppo passeggera e quindi in questo modo rischia di essere poi pervasa dallo stesso modello consumistico della nostra società.

Quindi una ricerca della felicità che non deve farci chiudere in una forma di egoismo, di concentrazione su se stessi, sui propri bisogni materiali,  gli egoisti non sono più felici degli altruisti?

R. – Certamente dobbiamo evitare ogni forma edonistica perché il solipsismo, l’egoismo, la chiusura in se stessi è una pura illusione, perché pensiamo che anche le relazioni possono essere, per esempio, usa e getta, come gli oggetti e quindi in questo modo certamente rincorriamo una felicità nel quotidiano ma che poi è assolutamente vana e illusoria, mentre invece chiaramente questo è un concetto che richiama l’attenzione per gli altri, per le persone che magari sono meno felici di noi… E’ davvero un problema molto delicato però è chiaro che la nostra cultura rischia di andare verso in queste derive iperindividualistiche, per cui si cerca a tutti i costi un benessere, che però poi non si raggiunge e che tantomeno è legato all’aspetto economico. Si è visto che raggiunto un certo livello di ricchezza poi la felicità non aumenta, ma resta stabile, quindi è effimero anche questo aspetto.

Lei da sociologo ritiene positivo che le Nazioni Unite abbiano proclamato questa giornata?

R. – Io credo che possa essere un modo per riflettere su questi aspetti e per pensare appunto quali modelli di felicità si possono raggiungere. E’ importante che anche le istituzioni facilitino questo compito attraverso una serie di politiche sociali pubbliche per la casa, per il lavoro, nella sanità, nella scuola che consentano alle persone di potersi esprimere al meglio delle loro possibilità e capacità perché già questo è un primo modello di felicità. Poi certo ci sono anche le associazioni e i movimenti… E poi c’è la vita quotidiana delle persone, il loro essere in relazione, il loro pensare anche agli altri: è la felicità degli altri che poi conduce anche alla propria.

20 marzo 2019, 13:58