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Pakistan: musulmani in preghiea Pakistan: musulmani in preghiera  (AFP or licensors)

Pakistan: leader musulmani contro terrorismo e violenze religiose

Dichiarazione di Islamabad: oltre 500 imam, uniti nella lotta al terrorismo e alle violenze settarie e religiose, chiedono allo Stato di garantire la libertà di fede. Piena libertà per Asia Bibi di lasciare il Paese. Intervista a Paul Bhatti: “aspettiamo passi concreti”

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Una svolta si spera storica per il Pakistan: è stata sottoscritta ieri dal Consiglio degli Ulema, massima autorità religiosa del Paese asiatico, la Dichiarazione di Islamabad, che sancisce il diritto di ogni persona residente nella Repubblica islamica di professare la propria religione e il dovere dello Stato di garantire le libertà fondamentali dei non musulmani e delle minoranze.

Oltre 500 imam chiedono bando di leader radicali

Il documento è stato sottoscritto da oltre 500 imam riuniti, nella capitale pakistana, per condannare gli atti di terrorismo e le violenze settarie e religiose - non solo contro i cristiani - alimentate da leader islamici radicali che emettono editti di morte contro gli ‘infedeli’ alla legge coranica.

Piena libertà per Asia Bibi di lasciare il Paese

La Dichiarazione, articolata in sette punti, contiene anche un riferimento eccezionale ad Asia Bibi, la donna cristiana, sposata e madre di cinque figli, condannata a morte per blasfemia e poi assolta dalla Corte Suprema e liberata il 31 ottobre scorso, dopo quasi 9 anni di carcere. Il suo caso, che non è ancora chiuso, deve essere ascoltato con assoluta “priorità”, chiede il Consiglio degli Ulema. Esponenti radicali hanno infatti ottenuto dal governo che la donna sia trattenuta nel Paese fin quando non sarà discussa una revisione pendente del suo processo.

Nessuna condanna fuori dai tribunali

In primo piano nel testo è la libertà di credo, laddove gli iman condannano “gli omicidi compiuti con il pretesto della religione”, perché questo “è contro gli insegnamenti dell’Islam”. Nessun leader religioso – si legge nella Dichiarazione -  ha il diritto di criticare i profeti e alcuna setta deve essere dichiarata “infedele” e nessun musulmano o non musulmano può essere dichiarato “meritevole” di essere ucciso tramite sentenze pronunciate al di fuori dei tribunali.

Libertà religiosa per tutti

I fedeli di ogni religione o setta – sottolineano ancora gli imam - hanno il diritto di vivere in Pakistan in base alle proprie norma culturali e dottrinali. Da qui il diritto ad organizzare in maniera autonoma le proprie congregazioni con il consenso delle amministrazioni locali e il divieto totale di pubblicare materiale (libri, opuscoli, audio) che incitano all’odio religioso.

Pakistan multietnico e multireligioso

La Dichiarazione di Islamabad riconosce che il Pakistan è un Paese multi-etnico e multi-religioso e perciò, in accordo con gli insegnamenti della sharia, sottolinea che “è responsabilità del governo proteggere la vita e le proprietà dei non musulmani che vivono in Pakistan”. “Il governo – si raccomanda - deve trattare con fermezza gli elementi che minacciano i luoghi sacri dei non musulmani residenti in Pakistan”.

Applicare piano nazionale di lotta a fondamentalismo

Infine un richiamo all’importanza di applicare il Piano d’azione nazionale nella lotta al fondamentalismo, da cui la decisione del Consiglio degli Ulema di decretare il 2019 Anno dedicato a “sradicare il terrorismo, l’estremismo e le violenze settarie nel Paese”. 

Ascolta l'intervista a Paul Bhatti

La Dichiarazione di Islamabad appare un testo di buone intenzioni ma ci sono ancora molti ostacoli in Pakistan perché si possa avere una svolta democratica, spiega Paul Bhatti, medico cristiano, attivista per i diritti umani, fratello di Shahbaz, ministro per le minoranze religiose, ucciso nel 2011 per aver lottato contro la legge sulla Blasfemia e preso le difese di Asia Bibi. 

R. – Direi che c’è una buona speranza ma non ci sarà una svolta in Pakistan finché non cambieranno alcuni aspetti fondamentali. Nel febbraio del 2013 ho seguito un congresso al quale hanno partecipato tutti gli imam del Pakistan, alla presenza del presidente e del primo ministro, dove ho ascoltato più o meno le stesse intenzioni, che però non hanno avuto seguito. Finché non si cambiano quelle scuole religiose nelle quali si fa il ‘lavaggio del cervello’, non ha nessun senso parlare di diritti se alla fine si continua nelle scuole ad insegnare l’odio … Allora bisogna fare passi concreti perché possa cambiare il Pakistan. Cioè, non basta soltanto un punto di vista religioso. 

Per assurdo, queste aperture da parte della massima autorità religiosa del Paese non corrispondono poi alle leggi del Paese, non corrispondono alla risposta civile …

R. – Esatto. Il Pakistan è una repubblica islamica che non riconosce eguali diritti alle minoranze. A questo punto, dev’essere cambiata la Costituzione, devono essere cambiate le scuole; il 95% della popolazione è islamica: il 5 e 3% della minoranza non potrà mai rappresentare una minaccia per una popolazione così ampia. Allora non vedo il motivo per cui non debbano cambiare queste cose …

Comunque la pubblicazione di questa Dichiarazione attira sul futuro del Pakistan uno sguardo di speranza, anche da parte della comunità internazionale …

R. – Sì, certamente: se il pensiero positivo si impone, i passi si faranno. Mi auguro che questa intenzione poi porti risultati concreti. Quando questo sarà fatto, ci saranno diritti uguali per tutti, perché il Pakistan deve crescere come Paese: non possiamo più essere soltanto società e gruppi religiosi e basta, perché questo distrugge il Pakistan, non solo le minoranze. Se il Pakistan deve emergere come Paese, insieme ad altre nazioni, deve prendere decisioni importanti, anche se difficili. E una di queste è quella dell’educazione, perché altrimenti, a livello internazionale, non possiamo camminare con gli altri Paesi.

08 gennaio 2019, 14:38