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Centro Astalli: alle frontiere d’Europa emergenza umanitaria per i migranti

Presentata nella sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati la ricerca “Dimenticati ai confini d’Europa”. Storie di vita di 117 migranti forzati arrivati in Sicilia e Spagna, Grecia e Malta, Romania, Croazia e Serbia. Padre Ripamonti: “Chiediamo che i singoli Stati europei creino vie legali di accesso a chi ha bisogno, non ostacolino le richieste d’asilo e garantiscano un’accoglienza dignitosa per tutti”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Alle frontiere dell’Unione Europea, e a volte anche  in quelle interne degli Stati, “c’è una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani”. E’ una delle conclusioni della ricerca “Dimenticati ai confini d’Europa. Il difficile accesso alla protezione alla frontiere esterne dell’Ue” presentata oggi a Roma dal Centro Astalli e realizzata in collaborazione con il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Europa (JRS Europe) e l’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe di Palermo. Attraverso117 interviste qualitative realizzate nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia, il report racconta l’esperienza dei migranti forzati che sono riusciti ad arrivare in Europa negli ultimi tre anni.

Ai nostri confini arrivano già stremati da viaggi pericolosissimi

Dalla ricerca, spiega la curatrice della versione italiana Chiara Peri, “risulta chiaro il nesso tra quello che hanno vissuto i migranti e le politiche europee che i governi hanno adottato”. Emerge chiaramente che il momento dell’ingresso in Europa, sia via mare, sia attraverso una foresta, “non è che un frammento di un viaggio molto più lungo ed estremamente traumatico”. Sulle pericolose rotte che dall’Africa occidentale e orientale portano fino alla Libia, “le donne sono spesso vittime di abusi sessuali o costrette a prostituirsi per pagare i trafficanti”. E L’assenza di vie legali di accesso per le persone bisognose di protezione, chiarisce padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, che “le costringe ad affidarsi ai trafficanti su rotte che si fanno sempre più lunghe e pericolose. I tentativi dell’UE e degli Stati Membri di chiudere le principali rotte non proteggono la vita delle persone, come a volte si sostiene, ma nella maggior parte dei casi riescono a far sì che la loro sofferenza abbia sempre meno testimoni”.

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Ridotti gli arrivi ma non le vittime tra chi cerca di entrare 

“Le nuove politiche europee per gestire il fenomeno migrazioni – interviene Padre Jose Ignacio Garcia, direttore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Europa - non stanno avendo nessun impatto. O meglio sono riuscite a far sì che i numeri degli arrivi via mare in Italia e in Grecia si siano ridotti, ma hanno chiaramente fallito, e continuano a fallire, nel loro obiettivo di migliorare la situazione di tante persone in cerca di protezione, che continuano ad essere dimenticati ai confini d'Europa". Infatti se negli ultimi 3 anni gli arrivi di migranti forzati, in Italia e in Europa, sono calati considerevolmente, le statistiche ci dicono anche “che il numero delle vittime dei viaggi verso l’Europa non è diminuito in modo proporzionale e che dunque l’obiettivo di salvare vite umane non può dirsi raggiunto”.

Servono vie legali di accesso per chi ha bisogno di protezione

Il Presidente del Centro Astalli esprime preoccupazione anche per le crescenti difficoltà di accesso alla protezione in Italia. “In un momento in cui molti migranti restano intrappolati in Libia in condizioni disumane e il soccorso in mare è meno efficace rispetto al passato – ricorda padre Ripamonti -  il nostro Paese ha scelto di adottare nuove misure che rendono più difficile la presentazione della domanda di asilo in frontiera, introducono il trattenimento ai fini dell’identificazione, abbassano gli standard dei centri di prima accoglienza”.

Rispettare la dignità della persona migrante

Quando le politiche, nazionali  ed europee, spingono le persone ai margini, conclude amaro padre Camillo “è più facile che i leader e I cittadini europei perdano di vista il fatto che i migranti sono persone, che continuano a conservare la speranza anche in situazioni molto difficili e hanno in ogni circostanza diritto ad essere rispettati nella loro dignità”.

A padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, visto che dalla ricerca emerge una situazione sempre più drammatica per i migranti in Europa, chiediamo quali richieste fa il Jesuit Refugee Service agli Stati europei.

R. – Chiediamo un’assunzione di responsabilità da parte dei singoli stati dell’unione europea, perché si attivino delle vie legali per l’arrivo delle persone , non si frappongano degli ostacoli per la richiesta di asilo di queste persone , e poi si garantisca un’accoglienza dignitosa per tutti.

In Italia nello specifico, la situazione potrebbe peggiorare, con le norme introdotte dal nuovo “decreto sicurezza”?

R. – Certamente l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari sta creando una situazione di disagio in moltissime persone che avevano questa protezione e non se la trovano automaticamente rinnovata. E’ una situazione molto difficile per molte persone e creerà delle sacche di irregolarità.

Una soluzione può essere quella di aumentare i corridoi umanitari?

R. - La linea dei corridoi umanitari è una delle soluzioni , una parte delle soluzioni della questione migratoria, però il fenomeno è complesso. Bisogna investire nell’Africa per dare la libertà alle persone anche di non partire, e poi bisogna garantire, nei paesi di accoglienza , un’accoglienza dignitosa.

Proprio perché , come concludete nella ricerca, i migranti sono sempre persone…

R. - Esattamente, e non bisogna dimenticarselo, perché questo tentativo , da parte dell’Europa,. Da parte dei singoli stati dell’Europa, da parte dell’Italia, di togliere dalla visibilità il fenomeno migratorio e le persone migranti, ce lo fa dimenticare, e non dobbiamo cadere in questo rischio.

Chiara Peri, curatrice della ricerca italiana, sottolinea a Vatican News che la ricerca “Dimenticati ai confini dell’Europa” ha fatto emergere, in tre anni di osservazione e di interviste strutturate a persone in cerca di protezione arrivate in Europa, che esistono una serie di ostacoli, di barriere, in parte fisiche e in parte burocratiche , che di fatto, anche dopo viaggi così lunghi, traumatici e pericolosi, non consentono anche alle persone che riescono ad arrivare di accedere ad una protezione piena. Emerge come le recenti politiche europee e la direzione di riforma verso al quale queste politiche vanno, lungi dal migliorare l’accesso alla protezione, in realtà rendono peggiore e meno probabile la possibilità di garantire effettivamente asilo”.

Si tratta di migranti per motivi economici o profughi che fuggono da guerre e violenze?

R. – Stiamo parlando di migranti forzati, di persone che senza avere un’altra alternativa, si trovano per motivi di vita o di morte a lasciare il proprio paese. E purtroppo non hanno nessun modo per poter accedere legalmente al territorio europeo e quindi il viaggio li espone ulteriormente a violazione dei diritti umani, a volte anche a torture, aggravando notevolmente la loro condizione.

Quindi cosa chiedete all’Europa?

R. - Chiediamo certamente in primo luogo di creare vie legali di accesso al territorio, che è l’unico modo effettivo per combattere il traffico di esseri umani che si dice di voler combattere e di astenersi da provvedimenti come gli accordi con i paesi di transito o quelli di origine, che non fanno che intrappolare le persone in condizioni pericolose, riducendo apparentemente il numero delle persone in arrivo ma non certo il numero di rifugiati nel mondo che al contrario restano esposti a pericoli.

Quindi accordi come quello italiano con la Libia non funzionano?

R. - Ci sono testimonianze dirette che ci dicono che tipo di protezione si ha in Libia: detenzione spesso illegale, violenza estrema, tortura, violenza sulle donne quotidiana e sistematica. Quindi no non siamo soddisfatti di chi ci dice “le persone che partono vengono intercettate dalla guardia costiera libica e messi in centri di detenzione” e questo per loro è sufficiente.

Dalle storie di vita cosa emerge? Alla fine riescono comunque a trovare una sistemazione o sono ancora in una situazione di precarietà?

R. - Le persone continuano nonostante tutto a sperare di avere una soluzione per una protezione, anche perché, contrariamente a quanto si dice, non hanno alcuna alternativa, quindi sono assolutamente motivate dalla speranza e dalla determinazione a salvare se stessi e le proprie famiglie e quindi anche a resistere a condizioni alle quali nessuno di noi resisterebbe. Qualcuno ci riesce, ma purtroppo sappiamo, perché spesso sono parenti stretti, amici e congiunti dei pochi che ci riescono, che tanti, lungo la strada, ma a volte anche all’interno del territorio europeo, perdono la vita,. Oltre che la possibilità di ricostruirsene una.

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La presentazione della ricerca al Centro Astalli di Roma
13 novembre 2018, 15:21