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Mons. Akasheh: leader religiosi e politici impegnati per futuro di pace

Di ritorno da Astana, dove ha preso parte al Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, il rappresentante del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso parla dell’incontro a cui sono intervenute oltre 80 delegazioni da tutto il mondo

Giada Aquilino - Città del Vaticano

La via dell’impegno per un mondo sicuro passa attraverso la collaborazione tra i leader religiosi, ma anche tra questi e il mondo della politica, con l’obiettivo di assicurare un futuro di stabilità e sviluppo alle giovani generazioni. Questo in sintesi uno dei concetti emersi dal Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, svoltosi questa settimana ad Astana, in Kazakhstan. All’evento, giunto alla sesta edizione e dedicato al tema: “I leader religiosi per un mondo sicuro”, hanno preso parte oltre 80 delegazioni da 46 Paesi, con rappresentanti di islam, cristianesimo, buddismo, ebraismo, induismo, taoismo, zoroastrismo e membri di organizzazioni religiose e civiche. Della delegazione della Chiesa cattolica, guidata dal cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, ha fatto parte anche mons. Khaled Akasheh, capo ufficio per la sezione dell’islam al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Nel corso dei lavori, ha ricevuto un particolare riconoscimento per aver rappresentato sin dall’inizio il dicastero vaticano presso il Congresso. A Vatican News racconta la linea emersa al termine delle sessioni (Ascolta l'intervista a mons. Khaled Akasheh).

 

R. - La linea che è stata chiarita e affermata nuovamente è il ruolo delle religioni e dei leader religiosi nella società, in particolare per le questioni della pace e della sicurezza, che preoccupano il mondo. Al termine del Congresso è stato adottato un documento finale. E all’inizio, prima che cominciasse il Congresso, si è svolto il Consiglio dei capi religiosi. E poi - una bella notizia per la Santa Sede - è stato assegnato il primo premio al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso per l’impegno nella promozione del dialogo e, in particolare, il continuo sostegno del dicastero vaticano al Congresso.

Lei ha parlato del ruolo delle religioni nella società. Quale il contributo per superare gli estremismi e il terrorismo?

R. - La questione del fondamentalismo è stata sempre presente, in particolare il fondamentalismo violento, accanto al ruolo dei leader religiosi come educatori al rispetto reciproco e alla fraternità.

La dichiarazione finale cosa ha messo in risalto a proposito dei fondamentalismi?

R. - Il fatto che questi vengono contrastati e “combattuti” anche attraverso la promozione della giustizia sociale, evitando il discorso dell’odio. È stata messa in risalto pure la responsabilità dei social media nella promozione e soprattutto nel contrasto all’odio, per favorire un mondo più sicuro, assieme alla pace e alla sicurezza quali condizioni per una società armoniosa, che vada verso la prosperità.

A tale riguardo, è stato auspicato un dialogo innanzitutto tra le religioni, ma anche per esempio con il mondo della politica?

R. - Prima di tutto, è stata affermata l’importanza del dialogo interreligioso e, al riguardo, vorrei segnalare con soddisfazione la collaborazione ecumenica a favore del dialogo interreligioso. C’è poi una tendenza nel Congresso volta ad affermare l’importanza della collaborazione tra il mondo politico e quello religioso per il bene comune. Noi insistiamo da sempre su questo punto: che la collaborazione non nasce dall’amalgama tra le due realtà, ma dalla distinzione, una distinzione che poi apre la strada alla collaborazione per il bene comune.

Si è parlato delle nuove generazioni e del loro rapporto con la religione?

R. - Si è auspicato che nel prossimo Congresso, tra tre anni sempre ad Astana, i giovani siano più presenti. Si è anche detto come le prime vittime del fondamentalismo, specialmente di quello violento, siano i giovani. Quindi, i giovani devono diventare in qualche modo il primo ‘target’ dei leader religiosi e dei politici: per proteggerli, assisterli e soprattutto averli come persone mature nella società del presente e del futuro. Penso anche che, come rappresentanti delle religioni, siamo più coscienti della nostra responsabilità verso la società e le future generazioni. Inoltre cerchiamo, da parte nostra, di spingere sempre non solo verso la partecipazione dei religiosi al mondo, ma anche di aprirci alla categoria delle persone di buona volontà: persone rette che, senza alcuna appartenenza religiosa, vogliono partecipare al bene comune del presente e del futuro.

13 ottobre 2018, 12:53