Versione Beta

Cerca

Vatican News
Messa per le vittime del Kandhamal Messa per le vittime del Kandhamal 

Orissa: Messa per le vittime della strage di cristiani

Una Messa ha ricordato quanti hanno perso la vita nel massacro di Kandhamal di 10 anni fa nello Stato indiano di Orissa. Una celebrazione di ringraziamento, per la riconciliazione e la grazia. La testimonianza del vescovo Barwa

Andrea Gangi - Città del Vaticano

Solennità e sobrietà sono i tratti che hanno contraddistinto la cerimonia in ricordo delle vittime cristiane dei massacri avvenuti nel distretto di Kandhamaln nella regione indiana di Orissa 10 anni fa. Una nota diffusa dall’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, in Orissa, afferma che “ciò che più addolora è che il massacro di innocenti è continuato indisturbato per mesi”.

La celebrazione

La Messa di ringraziamento si è svolta sabato scorso. L’eucaristia è stata concelebrata da 13 vescovi e 90 sacerdoti e vi hanno partecipato tantissimi religiosi e fedeli di ogni estrazione sociale. Alla celebrazione hanno assistito anche alcuni vescovi di altre denominazioni cristiane.

Il sangue dei martiri

Durante la cerimonia, mons. John Barwa, arcivescovo locale, ha affermato che “Dio opera nelle nostre vite e nella vita della Chiesa in modi misteriosi. Il sangue dei martiri del Kandhamal ha portato molte benedizioni alla Chiesa in Orissa e nel Paese”. Nell’intervista rilasciata a Vatican News, lo stesso Barwa ha aggiunto che: “Tutto è un progetto di Dio, e noi possiamo giudicare i fatti solo in base alla nostra esperienza: non si possono comprendere del tutto i piani di Dio. Ciò che possiamo dire, è che i martiri sono morti per la fede e per questo sono benedetti dal Signore”. (Ascolta l'intervista a mons. John Barwa sul Kandhamal).

Il massacro del Kandhamal

120 vittime; 60.000 bambini, donne e uomini, vecchi, giovani, neonati e donne incinte fuggiti nella foresta; 30.000 persone che hanno vissuto un anno nei campi profughi sistemati dal governo; 400 villaggi oggetto di epurazione dei cristiani; 6.000 case distrutte; 300 chiese e istituti sociali abbattuti. Questi sono i dati della tragedia di Kandhamal, scaturita dall’uccisione dello swami indù Lakshmanananda Saraswati e di suoi quattro seguaci. “Il rapporto tra cristiani e induisti - continua mons. Barwa - era buono, ma ci sono stati molti induisti fondamentalisti che aspirano alla lotta, alla guerra e alla violenza. Ma la maggior parte degli induisti vogliono semplicemente la pace e vogliono vivere tranquillamente”. Si tratta di una delle peggiori violenze anticristiane della storia repubblicana dell’India.

La lenta macchina della giustizia indiana

I sopravvissuti di Kandhamal stanno ancora lottando per la pace, la giustizia, perché i risarcimenti forniti ai sopravvissuti, denuncia inoltre la Chiesa cattolica in Orissa, non sono stati adeguati. Di oltre 3.000 denunce, nemmeno la metà dei casi sono state registrate in tribunale e molte sono state archiviate. “Alcuni pensano – spiega mons. Barwa – che i colpevoli debbano essere subito puniti; ma la giustizia richiede tempo. Bisogna avere pazienza e fiducia in Dio”. Dal 2009, la gente del Kandhamal celebra il 25 agosto come una giornata di memoria per le vittime. Quest’anno è il decimo anniversario dalle violenze.

Fiducia in Dio

“Personalmente – spiega mons. Barwa – ho visitato i territori colpiti dalle violenze. Alcuni hanno perso la casa, altri la vita; c’è chi ha visto morire i propri familiari e chi è rimasto illeso. Tutti sono stati in qualche modo segnati da questa tragedia, che rimane una delle più gravi della storia indiana. Visitando i luoghi dei massacri, ho capito che solo Dio sa cos’è buono per noi. Abbiamo subito oltraggi e sopportato drammi, abbiamo vissuto disgrazie e sopportato pazientemente il dolore; però c’è Dio, il nostro maestro. Egli è con noi e ci guida, e con lui cresciamo ogni giorno, sempre di più, nella fede. Grazie a lui superiamo queste sciagure”.

 

 

28 agosto 2018, 11:13