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Centro Astalli, quando la musica è accoglienza

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato esce “Yayla”, il doppio Cd musicale realizzato dal Centro Astalli in collaborazione con Appaloosa Records

Salvatore Tropea – Città del Vaticano

“Un incontro, tra artisti e cantanti di diverse provenienze e diversi generi, per dare vita ad un altro incontro: quello tra diverse culture e tante storie, storie di viaggi e di accoglienza” spiega ai nostri microfoni Donatella Parisi, responsabile per la comunicazione del Centro Astalli (Ascolta l’intervista a Donatella Parisi sul cd Yayla). È questo l’intento del lavoro musicale realizzato dal Centro Astalli, il Servizio italiano dei Gesuiti per i Rifugiati e dalla casa discografica Appaloosa Records e distribuito da IRD International Records Distribution. Yayla, questo il nome del doppio cd, che in turco significa “transumanza”, intende dare vita ad un viaggio musicale dove il titolo stesso evoca il ricordo di quando migrare era un tempo del vivere, una stagione che tornava ogni anno. In realtà la vera traduzione di Yayla è letteralmente "altopiano", ma siccome la transumanza è il viaggio verso gli altopiani e la vita che lì si svolge durante la bella stagione, si usa per definire la transumanza. Yayla, quindi, diviene un cammino musicale intrapreso da cantanti, musicisti, attori, scrittori, operatori che lavorano nel sociale e da chiunque non crede che il fenomeno delle migrazioni debba essere gestito moltiplicando barriere e muri.

Deportee, i migranti morti non fanno notizia

Una delle tante canzoni che compongono Yayla è Deportee, scritta nel 1948 da Woody Guthrie, dopo il disastro aereo di Los Gatos dove morirono 28 “deportee”, ovvero i lavoratori messicani che lavoravano negli Stati Uniti soprattutto nell’agricoltura. Allora il fatto fu liquidato senza troppa enfasi dai media, proprio come oggi – ed è questo quello che vuole denunciare il doppio cd Yayla – sempre più spesso i disastri in mare che hanno come vittime i migranti e i rifugiati vengono liquidati in poco tempo dai mezzi di comunicazione. Lo scopo del lavoro del Centro Astalli e di Appaloosa Records è dunque proprio quello di ridare una storia, un racconto e una dignità a queste persone.

Quando una canzone fa ritrovare le persone

Tra le canzoni del doppio cd c’è Zozan, che racconta "la nostalgia per i tempi in cui, ogni estate, la popolazione di interi villaggi si trasferiva con greggi e armenti sugli altipiani per lasciare pascolare gli animali in zone più fresche e ricche di erbaggi: si tramandavano storie attraverso musica e danze, si raccoglievano fiori e frutti, si beveva acqua fresca di sorgente, si producevano formaggi e si dormiva nelle grotte o sotto un soffitto puntellato di stelle" racconta la mediatrice culturale Claudia Giannini. Infatti, "Zozan" è una parola che deriva da "zom" e significa "vivere insieme" per l'appunto sugli altopiani. "Poi - prosegue la Giannini - quattromila villaggi curdi furono bruciati, gli animali uccisi e la popolazione costretta a evacuare l'intera area, trasformata in teatro di guerra, e la transumanza di animali diventò diaspora di genti". Autore del testo di Zozan è il professore Mamoste Sedîq Kara, mentre la musica è stata composta dal giovane Diyar Üren Mehrovî, entrambi provenienti dalla regione del Kurdistan "turco", in cui ebbe origine la tradizione della transumanza. I due sono stati chiamati a comporre testo e melodia proprio da Claudia Giannini, che ci racconta la loro storia. I due, infatti, non si conoscevano, "ma quando si sono parlati in video-chiamata e si sono raccontati le origini, hanno scoperto incredibilmente di provenire dallo stesso villaggio e di essere cugini, per via di una parentela stretta che legava i rispettivi genitori”.

Il viaggio di Jawad

L’iniziativa musicale del Centro Astalli e di Appaloosa Records mette quindi al centro la tematica del viaggio e degli spostamenti che i tanti migranti e rifugiati sono costretti a intraprendere. Come quello di Mohammad Jawad Haidari, rifugiato afgano di 41 anni. Jawad è partito dal suo Paese all’età di 13 anni, costretto dal padre perché rimanere era troppo pericoloso, in un territorio dove anche i bambini venivano reclutati per combattere, ucciedere e morire. “Un viaggio lunghissimo – racconta Jawad – fatto di corse nel deserto per non essere presti dalla polizia di frontiera e da lunghe marce in fila indiana durante la notte, per non calpestare mine e ordigni inesplosi”. Il racconto di Jawad è drammatico: “tanti – spiega – su quei sentiri sono saltati in aria. Un passo dopo l’altro vedevamo i resti di chi non ce l’aveva fatta”. Viaggiare e spostarsi, però, è stata per Jawad un’occasione per sperare. Adesso, dopo 18 anni in Iran e il successivo asilo richiesto in Italia, afferma con serenità che intraprendere quel viaggio ha significato per lui un “momento di crescita e di speranza”.

Papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere e integrare i rifugiati

Sul tema dei rifugiati si è espresso più volte il Santo Padre, in particolare con il Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018. Per il Papa la risposta comune va cercata attraverso quattro concetti contenuti nella dottrina della Chiesa, che sono “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Accoglienza, dunque, per “offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione”, ma allo stesso tempo poter garantire una protezione tale affinché sia garantita la “difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio”. Papa Francesco ha poi sottolineato nel suo messaggio la necessità di “promuovere”, ovvero “adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità”, in particolare nella dimensione religiosa e lavorativa. Infine, l’ultimo verbo citato dal Santo Padre, “integrare”, è indispensabile per le possibilità di “arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati”. Un’integrazione che, secondo il Papa, non significa dover perdere la propria identità culturale, ma al contrario aprirsi alle altre culture per “accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca”.

Oltre 130 artisti, per dare voce ai rifugiati

“Complessivamente – racconta Donatella Parisi – sono stati più di 130 i musicisti che hanno preso parte al progetto, portando parole e melodie che raccontano e accostano migrazioni antiche e contemporanee”: Tra questi Saba Anglana, Ben Glover, Edoardo Bennato, Isaac De Martin con Alaa Arsheed, Antonella Ruggiero, Michele Gazich, The Gang, Thom Chacon, Violante Placido, Neri Marcorè e Marius Seck. “Il cd – prosegue la Parisi – contiene inoltre quattro brani recitati, che danno voce ai rifugiati accolti dal Centro Astalli, interpretati da Erri De Luca, Valerio Mastandrea, Donatella Finocchiaro ed Evelina Meghnagi”.

20 giugno 2018, 07:44