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Osman e gli studenti: dalla mia storia capiscono perché migriamo

La testimonianza di un 29enne rifugiato dalla Somalia, in Italia da otto anni, che con il Centro Astalli incontra i ragazzi delle scuole superiori. “Razzismo e xenofobia si vincono solo con l’incontro. I ragazzi magari hanno paura di noi, ma rimangono colpiti dalla mia storia e capiscono perché partiamo, fuggendo dalle persecuzioni”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Sono partito da Mogadiscio a 18 anni, non avevo scelta. Sono scappato per non essere ucciso e sono fortunato perché oggi, 11 anni dopo,  in Somalia si sta addirittura peggio, i terroristi sono ovunque, si fanno saltare in aria. Scuole, ospedali, piazze, non sei mai al sicuro”. Osman, 29 anni, rifugiato dalla Somalia, inizia così, in un italiano quasi perfetto dopo otto anni di vita nel nostro paese, il racconto della sua storia.

“Dopo 4 mesi in Italia, sono finito in mezzo alla strada”

“Ho attraversato tanti paese: l’Etiopia, il Sudan, la Libia – continua Osman – ho affrontato il deserto e poi il mare fino a Lampedusa. Quando sono arrivato in Italia sono stato in un centro di accoglienza solo quattro mesi. Quando ho avuto i documenti, e sono stato riconosciuto come rifugiato, quelli del centro mi hanno cacciato fuori. sono finito in mezzo alla strada, dormivo sotto i ponti, andavo alla Caritas per fare la doccia, per mangiare”.

“Oggi ho tanti amici italiani, sono integrato”

Oggi, anche grazie all’aiuto del Centro Astalli, la sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, Osman si trova bene in Italia, è sereno, ha tanti amici italiani. “Sto benissimo, adesso – ci confida - ma all’inizio, quando devi ricominciare daccapo, è molto difficile. Oggi mi sono integrato, vivo a Roma da tanto tempo, faccio una vita normale, come un ragazzo italiano”.

“Ai ragazzi racconto perché sono fuggito dalla Somalia”

“Il centro Astalli lo conosco da sei anni: all’inizio mi hanno offerto alcuni lavori, tipo giardinaggio, ho lavorato con l’Istat, alcune cose, e adesso sto con loro, faccio un progetto con la scuola ogni settimana, due volte. Ai ragazzi racconto perché sono partito, perché ho lasciato il mio paese, perché sono venuto in Italia, che cosa ho fatto. Loro rimangono colpiti, mi fanno tante domande.  Magari prima hanno paura di noi, però dopo che li incontro le cose cambiano, perché vedono quanto ho sofferto, il percorso che ho fatto”.

“Prima hanno paura di me, poi capiscono perché sono qui”

“Sono stato costretto a lasciare il mio paese, ho perso anche un fratellastro che è stato ucciso. Per questo loro capiscono perché la gente parte, perché ci sono persecuzioni. Poi arrivati qui, gli racconto anche com’è la vita in Italia”.

17 aprile 2018, 14:36