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Il luogotenente-colonnello Arnaud Beltrame Il luogotenente-colonnello Arnaud Beltrame  (AFP or licensors)

Francia: il dono di sè dell’agente Beltrame, eroe di Trèbes

Il Papa ha ricordato il "gesto generoso ed eroico" del luogotenente-colonnello della Gendarmeria che per salvare vite innocenti, si è offerto come ostaggio ai terroristi jihadisti che lo hanno ucciso. Il commento del filosofo cattolico francese Martin Steffens

Olivier Bonnel – Città del Vaticano

In un telegramma di cordoglio per le vittime degli attentati terroristici avvenuti venerdì scorso nella regione di Carcassonne e Trèbes, nel Sud della Francia, Papa Francesco ha lodato in particolare “il gesto generoso ed eroico del luogotenente-colonnello Arnaud Beltrame, che ha donato la sua vita per proteggere le persone”. L’agente è deceduto sabato mattina a seguito delle ferite riportate dopo essersi offerto al terrorista jihadista dell’Aude, la sera prima, in sostituzione di un ostaggio nel supermercato di Trèbes. Nato in una famiglia poco praticante, Arnaud Beltrame, aveva vissuto un’autentica conversione dieci anni fa quando si era preparato al sacramento del matrimonio con la sua fidanzata Marielle. Sul significato del sacrificio oggi e del dono di sé in relazione al gesto di Arnaud Beltrame, abbiamo raccolto il commento di Martin Steffens, giovane filosofo cattolico francese

R. – Credo che il sacrificio imponga il rispetto: ci troviamo di fronte a un evento del quale ci chiediamo se ne saremmo stati capaci, e questo impone il rispetto perché il sacrificio ha in sé qualcosa di interessane, di paradossale ed è che in definitiva nessuna morale può imporlo, nessuna morale può dire: “Sacrìficati”, perché così il sacrificio non sarebbe libero. Sappiamo che nel corso della Storia sono stati compiuti molti sacrifici … Allo stesso tempo, però, ogni morale si basa sulla capacità dell’individuo di rinunciare a se stesso e di compiere un’azione per mezzo della quale egli fa esistere qualcosa più grande di lui stesso. Ecco dunque che il sacrificio, alla fine, è qualcosa che non si può prescrivere moralmente, imporre moralmente e al tempo stesso è un atto eminentemente morale che suscita l’ammirazione e che – mi viene voglia di dirlo – indica la fonte stessa di ogni morale, che è un amore straripante per la vita, un amore tale da essere pronti a dare la propria vita per quella di un altro.

Per quanto riguarda il sacrificio del gendarme Beltrame, questo avviene in un contesto molto particolare: un attentato terroristico. Il senso di questo sacrificio acquista ancora più forza nella misura in cui è l’esatto opposto di quello che ha fatto l’assassino?

R. – Esattamente: è proprio questo. Il sacrificio è l’inverso simmetrico di un omicidio. Da un lato, c’è una persona che toglie delle vite e dall’altro c’è chi invece dona la propria. E in questo senso, si potrebbe definire questo sacrificio come “una violenza del bene”, una “violenza dell’amore” che va opposto alla malvagia stupidità del male. Si potrebbe anche considerarlo come uno stratagemma che nasce dalla Passione: attraverso il sacrificio, l’amore, il bene mantengono l’ultima parola sul male: nella Passione, il male si scatena sul Figlio di Dio, che sembra essere abbandonato ai suoi colpi; eppure, ciascun colpo è testimonianza dell’amore di Dio per l’umanità. La stessa cosa succede un po’ con Beltrame: in definitiva, sembrerebbe prevalere la malvagia stupidità del male, ma ancora di più – e questo è lo stratagemma del bene - prendere il sopravvento, inventando una soluzione che non appartiene al male. Così ricorderemo sicuramente l’atto eroico e santo di Arnaud Beltrame.

Il dono di sé: è un concetto che oggi abbiamo perso?

R. – E’ una bella domanda … non so se l’abbiamo perso: direi forse che l’abbiamo perso di vista; cioè, il mondo non riesce a tenersi in piedi se non grazie a tutti i sacrifici discreti, segreti e intimi che noi compiamo. Una madre che aspetta un bambino: è ovvio che per la maggior parte della gravidanza dovrà sacrificare buona parte delle cose che le piacciono. Perché ci siano dei bambini che vengono al mondo, bisogna che ci sia questo folle dono di sé; e quindi se il mondo di oggi continua ad accogliere i bambini, è perché il sacrificio è come una base continua e discreta che sostiene il mondo. Ci sono alcuni sacrifici eclatanti, ma se ci toccano tanto sarà perché da qualche parte – immagino – rivelano un fondo comune, che è il fondamento sul quale poggiamo. Siccome sul suolo ci appoggiamo, non lo vediamo, eppure è lì. Quindi, credo che il dono di sé sia lì, ma che rimanga ampiamente non riconosciuto.

Quale insegnamento – dal punto di vista del filosofo – possiamo trarre da questo episodio nel quale si sovrappongono l’orrore e l’onore?

R. – Stiamo per ricordare i 50 anni dalla morte di Martin Luther King e tutte quei personaggi nel corso del XX secolo - che sembra essere il secolo con la maggiore accelerazione tecnologica, ma anche con la maggiore accelerazione dell’orrore nel male che l’uomo può fare all’uomo – che dicono: risponderemo al male con determinazione e non prenderemo le sue armi. Siamo indecisi tra due brutte risposte: rispondere al male con il male o rinunciare. E lì, c’è la forza di una risposta, la radicalità e quasi, in realtà, la violenza di un uomo che si solleva e che afferma: “E’ un mio problema: il male che fa male al mondo è un mio problema”; quindi qualcuno si alza, ma non si alza per imbracciare le stesse armi del male. Credo che sia veramente per noi un’occasione per ripensare a come il bene può rispondere al male senza diventare male esso stesso. Tutti questi personaggi che hanno compiuto un sacrificio siano, alla fine, fonte di ispirazione per riportarci a quel bene che inventa, sui luoghi della violenza, qualcosa che assomiglia alla vita.

 

 

27 marzo 2018, 14:33