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Donne sud sudanesi ad una distribuzione di aiuti alimentari Donne sud sudanesi ad una distribuzione di aiuti alimentari  (AFP or licensors)

Sud Sudan: cresce fame. Una suora: guerra distrugge vita rurale

Secondo Fao, Unicef e World Food Programme, oltre 7 milioni di sud sudanesi rischiano la fame. Suor Elena Balatti spiega come le violenze impediscano di coltivare

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Oltre 7 milioni di persone a rischio di fame crescente in Sud Sudan. È l’ultimo allarme lanciato da Fao, Unicef e World Food Programme, che temono in particolare la malnutrizione acuta a partire da maggio per oltre 1,3 milioni di bambini sotto i cinque anni. “I livelli generali di fame - si legge nel rapporto delle tre agenzie dell’Onu - sono peggiorati a causa del conflitto prolungato che ha portato ad una ridotta produzione alimentare e impedito l'accesso ai mezzi di sussistenza”. “Il Sud Sudan di per sé è uno dei Paesi più ricchi dell’Africa, ricco di risorse naturali, come le terre, la rete fluviale immensa e pescosissima. Perciò non ci sarebbero delle ragioni razionali per una situazione di così grave crisi alimentare. Sebbene ci siano diversi modi di valutare l’emergenza, è certo però che una gran parte della popolazione sud sudanese non è sicura del pasto quotidiano”, spiega suor Elena Balatti, missionaria comboniana a Juba.

Le violenze in Sud Sudan

“Si tratta - aggiunge la religiosa - di quello che in inglese molto sinteticamente si definisce ‘man-made disaster’, un disastro operato dalle mani dell’uomo: e intendo utilizzare la parola ‘uomo’ nella sua accezione maschile, perché il Sud Sudan sta vivendo una guerra civile da oltre 4 anni che è stata iniziata e portata avanti da una classe politica e militare che è composta per la gran parte da uomini”. Le violenze, scoppiate nel dicembre 2013 tra le truppe governative del presidente Salva Kiir e i ribelli di Riek Machar, hanno provocato decine di migliaia di morti e quattro milioni di sfollati e profughi.

Agricoltura di sussistenza

Quelle del giovane Paese africano sono perlopiù “una agricoltura e una pastorizia di sussistenza”, con alcune zone dedite alla pesca. “Di per sé il Paese – prosegue suor Elena - potrebbe soffrire crisi episodiche e localizzate di fame, dovute alla siccità o ad alluvioni che si verificano in una zona o in un’altra. Ciò che è avvenuto con la guerra è stata davvero la distruzione della vita della gente anche in molte delle aree rurali. Perché a causa dell’insicurezza, della violenza, le popolazioni che vivono nelle aree rurali interessate da combattimenti non hanno avuto la possibilità di coltivare regolarmente e non l’hanno tuttora”.

La stagione di magra

Il periodo di maggiore rischio è, secondo l’Onu, la stagione di magra, tra maggio e luglio, prima quindi dell’inizio delle piogge. “Quando le piogge cominciano - evidenzia la missionaria - la popolazione inizia a coltivare e il raccolto che si ottiene dovrebbe durare fino all’inizio della stagione delle piogge successiva. Però, siccome non esiste un vero e proprio sistema di conservazione delle derrate alimentari o di granai, a volte i mesi che precedono le piogge, vale a dire da aprile fino a maggio-giugno, vivono una scarsità di derrate alimentari: in una situazione normale, di pace, la gente potrebbe compensare con la pesca oppure con l’allevamento o con i piccoli commerci. La guerra invece ha rallentato, fermato, condizionato tutti questi meccanismi”.

La giornata per la pace

Soltanto venerdì scorso si è celebrata la giornata di preghiera e digiuno per la pace in Sud Sudan, voluta dal Papa come iniziativa di solidarietà e vicinanza assieme a quella per il Congo. Suor Balatti sottolinea come “rimane molto importante questo interessamento positivo del Papa, perché c’è anche molto interessamento negativo verso il Sud Sudan, per portar via le risorse del Paese”. Si è trattato di un gesto “che incoraggia la popolazione, in un momento in cui molte persone non vedono come possano sbloccarsi i negoziati di Addis Abeba che riprenderanno alla metà di marzo. La via indicata dalla preghiera rimane l’unica: è una via di verità, di giustizia e di pace che non può venire dalla divisione del potere, fatta attraverso le armi. Dobbiamo noi stessi continuare a essere dei testimoni della speranza, perché c’è sempre una via d’uscita: il Signore è amante della vita e vuole il bene, la prosperità e la pace per tutti i popoli, compreso il popolo sud sudanese”, conclude la missionaria.

Ascolta e scarica l'intervista a suor Elena Balatti
27 febbraio 2018, 14:06