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Proteste nella Repubblica Democratica del Congo (archivio) Proteste nella Repubblica Democratica del Congo (archivio)  (AFP or licensors)

Arciv. Kisangani: in Congo la Chiesa non esercita ingerenze

La situazione politica nella Repubblica Democratica del Congo sarà al centro dell’Assemblea plenaria straordinaria della Conferenza episcopale nazionale, tra il 15 e il 17 febbraio. L’intervista con l’arcivescovo Marcel Utembi, presidente del Cenco

Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri quattro membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno chiesto al presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila, di dichiarare pubblicamente che non correrà per le prossime elezioni. La tornata elettorale è in programma il 23 dicembre 2018 e dovrebbe porre fine ai 17 anni di governo Kabila. Le tensioni nel Paese restano, tuttavia, palpabili, soprattutto dopo la marcia pacifica repressa con la violenza lo scorso 21 gennaio. Padre Jean-Pierre Bodjoko ha intervistato mons. Marcel  Utembi, arcivescovo di Kisangani e presidente della Conferenza episcopale nazionale del Congo.

Tutti hanno seguito quanto è accaduto nella Repubblica democratica del Congo, e in particolare nella capitale, Kinshasa, in occasione della marcia pacifica organizzata dal Comitato laico di coordinamento. La marcia è stata violentemente repressa e ha causato vittime, così come altri gravi danni commessi contro la Chiesa. È importante che noi, come corpo episcopale, possiamo analizzare situazioni del genere, al fine di definire degli orientamenti per la diocesi nei compiti pastorali che ci hanno affidato.

Questa iniziativa è nata per seguire le indicazioni dei vescovi?

Quello che è certo è che il Comitato laico di coordinamento è un’associazione di fedeli laici, che risponde agli appelli pressanti dell’episcopato congolese nella ricerca di un’uscita dalla crisi in cui versa il nostro Paese. Si tratta quindi di una risposta all’appello dei vescovi. L’iniziativa di queste attività non viene direttamente dai vescovi; ciononostante in un certo modo, il fine di tutte queste manifestazioni è quello di rivendicare qualcosa che ha a che fare proprio con l’insegnamento che l’episcopato congolese non smette di ripetere. Pensiamo che in qualche modo tutto questo ci riguardi. Se si tratta di sapere invece come le cose evolveranno, evidentemente è troppo presto ora per dirlo. È proprio nel quadro degli scambi, in seno all’Assemblea plenaria straordinaria, che degli orientamenti saranno definiti.

Questa marcia di cristiani porterà dei frutti un giorno?

Penso che in un certo modo ci sono dei segnali che bisogna registrare: dei segnali positivi, devo dirlo, possiamo enumerarli. Ad esempio, il fatto che dopo queste manifestazioni c’è stata anche un’uscita dal mutismo, dal silenzio, da parte della classe politica. Ci sono state anche reazioni da parte di altri, sia all’interno che all’esterno del Paese.

A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio…

Penso che tutti apparteniamo a Dio. Il potere legittimo è esercitato per il benessere della popolazione: questo potere viene da Dio. Quindi, non possiamo dire che la Chiesa esercita un’ingerenza all’interno della politica. Investita del suo insegnamento sociale, la Chiesa ha la missione e il dovere stesso di illuminare il popolo, perché il popolo, che è il destinatario del nostro messaggio, è lo stesso popolo che dovrebbe essere ascoltato dal governo.

L’Unicef ha appena pubblicato un rapporto, sempre a proposito del Congo, in cui si afferma che molti bambini sono ancora usati come bambini soldati…

Non possiamo che deplorare una situazione del genere. È veramente inammissibile: è un ipotecare l’avvenire di questi bambini.   

Ascolta e scarica l'intervista con mons. Utembi
14 febbraio 2018, 15:21