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Donne in Africa, in un'immagine di repertorio Donne in Africa, in un'immagine di repertorio  (AFP or licensors)

Lotta a mutilazioni genitali femminili: Amref punta su istruzione

200 milioni, molte sotto i 14 anni: sono le stime dell’Onu sulle donne vittime di pratiche che provocano infezioni, infertilità, complicazioni psicologiche

Giada Aquilino – Città del Vaticano

Sono 200 milioni le donne che oggi nel mondo risultano essere state sottoposte a mutilazioni genitali femminili. Lo rivelano le Nazioni Unite, specificando che 44 milioni di esse hanno meno di 14 anni. L’Onu, con la Giornata internazionale del 6 febbraio di ogni anno, esorta alla “tolleranza zero” nei confronti di tale pratica, che porta di fatto alla rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni, con conseguenze quali infezioni, infertilità e altre complicazioni.

I dati Onu e l’impegno di Amref

La maggioranza delle donne mutilate nella fascia di età tra i 15 e i 49 anni si troverebbe in Somalia e in Guinea. Proprio in Africa è presente da 60 anni Amref con progetti di sviluppo e salute, che hanno portato a conoscenze e competenze specifiche per la lotta alle mutilazioni genitali. Amref punta in particolare sull’istruzione, vero motore di crescita per le società del Continente, sensibilizzando le comunità e rendendole protagoniste del loro stesso cambiamento in Tanzania, Kenya, Etiopia, Uganda, Malawi, Senegal. Ma non solo. “Sono interessati pure molti Paesi del sud est asiatico e parliamo anche di 550 mila donne in Europa e 60-80 mila donne stimate in Italia”, ricorda Paola Magni, responsabile dei progetti Amref sulle mutilazioni genitali femminili, sottolineando come “nella diaspora in Italia i gruppi più colpiti sono quelli delle donne nigeriane, egiziane, etiopi ed eritree”.

Violenza di genere

Le mutilazioni genitali femminili sono “una forma di violenza di genere, quindi si inquadrano all’interno delle violenze sulle donne”, spiega ancora Paola Magni. Sono riconducibili a “tradizioni culturali” ma “non sono sicuramente un fenomeno che ha a che fare con la religione”: ha spesso “un significato di passaggio all’età adulta”.

Una realtà da affrontare come un "ecosistema"

Si tratta di realtà molto complesse “che affrontiamo - spiega la responsabile dei progetti Amref - come un ‘ecosistema’, perché non sono solo una violazione fisica ma anche psicologica, hanno a che fare con un contesto giuridico, con una componente educativa, ma pure di salute”. In particolare, aggiunge, “la scuola è per eccellenza il luogo di prevenzione e Amref s’impegna affinché le comunità prendano atto e comprendano fino in fondo il valore della donna, quindi l’eguaglianza e l’equità tra i sessi, fino ad una decisione di abbandonare la pratica e di portare invece le ragazze verso l’istruzione, l’educazione, l’empowerment e la possibilità di decidere di se stesse e della loro vita”.

L’impegno internazionale

L'eliminazione della pratica figura tra gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile redatti dalle Nazioni Unite ed è stata richiesta anche dall'Unione Africana, dall'Organizzazione per la Cooperazione Islamica, dall'Unione Europea e dall'Assemblea Generale dell'Onu, con tre specifiche risoluzioni.

Ascolta e scarica l'intervista a Paola Magni
06 febbraio 2018, 14:22