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La moschea attaccata La moschea attaccata  (AFP or licensors)

Egitto: 305 morti in accatto a moschea. Terroristi con bandiere Is

Tre giorni di lutto nazionale per l'attentato alla moschea sufi di al Rawdah

di Marco Guerra

All’indomani dell’attentato più sanguinoso della storia dell’Egitto, la procura generale ha aggiornato il bilancio a 305 morti, di cui 27 bambini, e 128 feriti. Gli inquirenti del Cairo riferiscono che i miliziani che hanno condotto l’assalto alla moschea sufi di al Rawdah, nel nord della penisola del Sinai, erano tra i 25 e i 30 e sventolavano una bandiera del sedicente Stato Islamico (Is). Intanto si intensifica quella che è stata definita l'“Operazione vendetta per i martiri”, che prevede una recrudescenza delle operazioni militari, peraltro già condotte con frequenza nel Sinai contro i gruppi jihadisti affiliati all’Is. Le forze armate egiziane sostengono di aver ucciso alcuni uomini del commando entrato in azione nel luogo di culto, tramite un blitz con caccia dell’aviazione che ha colpito una colonna di veicoli che trasportava militanti integralisti. Le truppe egiziane hanno inoltre attaccato diversi “siti terroristici” nell'area. Ieri, in un accorato discorso televisivo alla nazione, il presidente al Sisi ha annunciato una risposta ancora più forte nella guerra che l'Egitto sta compiendo contro il terrorismo per conto “di tutto il mondo”.

Da oggi sono inoltre iniziati tre giorni di lutto nazionale: cerimonie funebri, preghiere e bandiere listate a lutto, anche sui media nazionali. In mattinata tutte le moschee del Paese hanno dedicato la preghiera ai “martiri” per questo attacco. I parenti delle vittime stanno affollando l'ospedale di Ismailia, città nei pressi del Canale di Suez, dove i feriti sono stati trasportati per essere curati. La moschea teatro della strage è un luogo di culto sufi, un orientamento mistico dell'islam che il sedicente Stato Islamico considera apostata ed eretico, nei pressi della cittadina di Bir al-Abd.  Vale la pena ricordare anche che la tribù al Sawarka, presente nella zona dell'attentato, a maggio aveva annunciato la propria partecipazione alla lotta contro l'Is a fianco dell'esercito.

Nel frattempo tutta la comunità internazionale si stringe attorno all’Egitto e al suo governo. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito l'attentato un attacco "orribile e vile". Cordoglio anche dal presidente russo Vladimir Putin, che si è detto pronto a “incrementare la cooperazione con l'Egitto, Paese amico, nella sua lotta contro il terrorismo interno”.

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Per un’analisi sul terrorismo in Egitto e sulle tensioni che scuotono la penisola del Sinai, Alessandro Guarasci ha intervistato Marco Di Donato, docente di Storia dei Paesi islamici all’università di Trento:

R. – Che il Sinai sia diventato un luogo dove anche l’Is ha ormai da tempo messo le proprie radici è un dato di fatto, in quanto, negli ultimi anni, diversi gruppi hanno dato il proprio apporto – il proprio riconoscimento – ad Abu Bakr al Baghdadi e appunto all’Is. Ma il Sinai è un territorio ancora più complesso, perché proprio nella zona si agita una serie di tensioni interne al salafismo jihadista.

D. – I jet egiziani hanno già bombardato le postazioni dei terroristi: si può ottenere qualcosa solo con la risposta armata?

R. – La risposta armata va avanti ormai da anni. La risposta brutale per ora non ha funzionato. Ci vorrebbe veramente un percorso più a lungo termine: l’Egitto, in un certo senso, ha provato recentemente a farlo con i fondi di sviluppo per l’agricoltura e per lo sviluppo rurale della regione. Ma siamo ancora molto lontani; ed è chiaro che in questo momento al Sisi ha la necessità, anche rispetto alla propria popolazione e a quelle che sono le richieste della popolazione del Sinai, costantemente martoriata dalle tensioni, di rispondere. Del resto le difficoltà delle operazioni militari sono state testimoniate anche dal fatto che, meno di un mese fa, al Sisi ha cambiato il responsabile delle operazioni in Sinai e ha cercato di dare nuova linfa a questa battaglia che sta combattendo in maniera durissima contro i movimenti jihadisti, che sono però talmente tanti, frammentati e radicati nella penisola da essere veramente molto difficili da debellare.

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25 novembre 2017, 15:38