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Esplosioni a Jenin Esplosioni a Jenin  (ANSA)

Jenin, il parroco Jubran: il popolo è stanco di violenza ma continua a fidarsi di Dio

Nato a Nazaret, arrivato in Cisgiordania lo scorso agosto, padre Amer racconta la difficile situazione nella città sotto attacco dell'esercito israeliano. Le persone stanno cercando riparo nei villaggi limitrofi ma non si sentono sicure da nessuna parte. "La chiusura dei check point obbliga ad allungare i percorsi di ore, non c'è lavoro, cerchiamo di aiutare come possiamo. La fede ancora ci sostiene"

Antonella Palermo - Città del Vaticano

Uno scenario "molto difficile" quello che si vive a Jenin, città sotto l'assedio degli israeliani, ormai da cinque giorni. A testimoniarlo ai media vaticani è il padre Amer Jubran, parroco dell'unica chiesa cattolica della città, che ai media vaticani racconta di distruzioni di strade, continuo rumore di esplosioni. Nella piccola comunità cattolica locale si è insediato l'estate scorsa dopo alcuni anni passati in Giordania e poi a Beyt Jala. Si tratta di giorni ben più rischiosi di quelli vissuti in concomitanza con il suo arrivo, riferisce, quando l'esercito israeliano aveva fatto irruzione in West Bank aumentando i livelli di allerta. Preso di mira ora il campo profughi di Jenin, la parte della città costruita negli anni Cinquanta per ospitare i rifugiati della Nakba del 1948 e dove oggi vivono almeno 15 mila persone. "Molte di queste persone sono state costrette a lasciare le proprie case, tanti lo hanno fatto. Sono andati nei villaggi limitrofi", dice il parroco. La sua chiesa opera in un contesto in cui c'è anche la chiesa melchita e ortodossa. Ci sono un'ottatina di famiglie cattoliche che fanno riferimento alla parrocchia di Jenin, circa 400 persone. "Io sto cercando di avere un contatto quotidiano con loro. Non ci si sente sicuri. Sempre il rumore di bombe. Tanti, dalle loro abitazioni vicino al campo, si sono rifugiati dai loro parenti". 

Ascolta l'intervista con padre Amer Jubran

"Rumore continuo di bombe"

La sospensione dei permessi di lavoro per i palestinesi impiegati in Israele ha creato un livello di disoccupazione mai conosciuto e molto preoccupante. "Tanta gente è costretta a fare un percorso di cinque o sei ore quando normalmente si impiega mezz'ora. Rimane chiusa in casa senza potersi recare all'università o al lavoro", per chi ce l'ha. "Io sto cercando di trovare aiuti anche attraverso la Caritas e il Patriarcato latino per i giovani disoccupati. Già un anno e mezzo è passato da quel 7 ottobre... Cerchiamo di provvedere anche con denaro per le esigenze di qualche famiglia ma è tutto non facile, è pesante. Non ci è permesso nemmeno di camminare. Sentiamo di continuo il rumore delle esplosioni, la gente è stanca". 

Dio non ci lascia

"Qui non è facile parlare di speranza - osserva - ma davvero posso dire che Dio ci dà il coraggio. La gente non vuole scappare da questa realtà. Ho parlato con due famiglie il cui cancello di casa è stato abbattuto dall'esercito. Mi hanno detto che nonostante tutto si sentono serene, convinte che Dio non ci lascia", racconta don Amer. Implora tutti, a livello internazionale: "Ricordate che avete fratelli e sorelle in Terra Santa e in Palestina. Date una parola di incoraggiamento e un aiuto a questa nostra comunità. Non vogliamo fuggire. Cerchiamo, attraverso la fede, la Parola di Dio, la preghiera di trovare un sostegno. Bisogna fermare questa violenza, cercare altri modi di dialogo per vivere in pace".

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