La Croce del Giubileo di Cagliari realizzata dai detenuti
Roberta Barbi – Città del Vaticano
Che fossero bravi falegnami, in diocesi lo sapevano già, perché in occasione del primo Natale da arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, aveva avuto in dono, durante le celebrazione in carcere, una croce pettorale sempre realizzata da loro; l’anno successivo avevano replicato con il suo stemma episcopale in legno. Da questi lavori alla Croce del Giubileo, davanti alla quale passeranno migliaia di pellegrini nel corso di questo Anno Santo, il passo è stato breve. “I detenuti non sono tutti cattolici praticanti, ma hanno una sorta di religiosità latente che davanti a questo simbolo così forte è uscita fuori – racconta ai media vaticani il cappellano della casa circondariale di Cagliari, don Gabriele Liriti – perciò questa esperienza è stata anche un approccio originale di evangelizzazione. Mi hanno detto ‘questa è una croce di legno, ma noi la nostra croce sulle spalle ce l’abbiamo sempre!’”.
Un lavoro che parla di unità
Superato l’onore di essere stati contattati direttamente dall’Ufficio liturgico della diocesi, i due ospiti del carcere si sono messi al lavoro mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità; quanto al legno, invece, è stato procurato da un agente di polizia penitenziaria che aveva degli scarti di lavorazione di un mobile di famiglia antico, di addirittura 200 anni. “Questo è uno degli aspetti più belli di questa storia – afferma orgoglioso il cappellano – chi ha donato il proprio lavoro e chi il materiale per un progetto che parla di unità; questa croce è frutto dell’aiuto reciproco e ha rotto la barriera che a volte si crea tra detenuti e agenti come se fossero due fazioni opposte”. La croce, inoltre, reca la scritta Pellegrini di speranza in omaggio al Giubileo in corso per il quale è stata costruita, ed è arricchita da alcuni segni tipici dell’artigianato sardo realizzati con uno speciale attrezzo chiamato sgorbia, si tratta, quindi, di una bella croce “locale” che per sua natura si apre al mondo e al mistero universale.
Comunicare la speranza in carcere
A meno di un mese dall'inizio del 2025, a Uta ben due detenuti si sono tolti la vita, drammatico segnale che la questione dei suicidi in carcere è molto lontana dall’essere stata risolta: “Si tratta di un problema molto ampio, che coinvolge l’incapacità personale di esprimere quello che si sta vivendo interiormente – testimonia don Gabriele – l’unica cosa che mi sento di dire è che la famiglia ha una grande responsabilità. Voglio lanciare un appello: non abbandonate il vostro parente in carcere, a volte basta un biglietto, una lettera, una telefonata per non farlo sentire solo e fargli percepire che c’è qualcuno che lo aspetta fuori”. Il fuori, il fine pena, poi, è un altro grande problema del carcere di oggi. “La paura affligge i nostri ospiti – prosegue don Liriti – invece la fine della pena dovrebbe essere percepita come speranza nel futuro, in una vita nuova che si ricostruisce, in un nuovo inserimento”. Ecco, quindi, la particolare vocazione dei cappellani che sono portatori di speranza nel saper riconoscere nell’altro, che pur ha sbagliato e sta pagando per il suo errore, una persona importante e unica. “In questo Anno Santo prego il Signore - conclude il cappellano - affinché il contesto esterno diventi un contesto di misericordia in cui il detenuto può tornare quando è il momento, un contesto in grado di donare speranza a chi non l’ha più”.
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