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Repubblica Democratica del Congo, un lento cammino verso la riconciliazione

Il missionario Giovanni Marchetti, con l’esperienza dei suoi 30 anni in Africa, racconta il drammatico paradosso di uno dei Paesi più ricchi di risorse del continente eppure devastato da instabilità politica ed economica e dalla violenza provocata dai gruppi armati. “Mi piacerebbe vedere la gente uscire da una situazione buia, un cammino che possa portare frutti”

di Isabella Piro

«Nella Repubblica Democratica del Congo mi piacerebbe vedere un’evoluzione nella consapevolezza della gente per uscire da una situazione buia. Un lento cammino che possa portare frutti». Al telefono con «L’Osservatore Romano», la voce di padre Giovanni Marchetti risuona piena di speranza: 61 anni, origini lombarde, il religioso è un “padre bianco”, ossia un membro della Congregazione dei Missionari d’Africa. E rivolto all’Africa è sempre il suo sguardo, perché in questo continente egli ha portato avanti la sua missione per trent’anni, dal 1991 al 2021.

Il territorio del suo operato è stato quello della Repubblica Democratica del Congo: con oltre 95 milioni di abitanti e più di 200 i gruppi etnici, è tra i Paesi dell’Africa più vasto e più ricco di risorse del sottosuolo. Ma è anche tra quelli maggiormente instabili dal punto di vista politico ed economico, soprattutto a causa di conflitti prolungati. Basta guardare alla cronistoria: dal 1994, anno in cui si è concluso il genocidio nel confinante Rwanda, Kinshasa ha visto un continuo susseguirsi di guerre, scontri e tensioni, sia a livello interno che esterno. Cruciale è stata la “Grande guerra africana”, durata ben 25 anni (1998-2003) e che ha coinvolto otto Paesi africani e circa 25 gruppi armati, lasciando un lungo strascico di povertà, malattie e carestie che hanno provocato oltre cinque milioni di morti e innumerevoli sfollati.

Ancora oggi, nel Paese, si contano oltre cento gruppi amati. Due, in particolare, emergono con maggiore ricorrenza: l’M23, gruppo ribelle salito alla ribalta intorno al 2014, quando ha conquistato Goma. Il nome M23 richiama l’accordo di pace del 23 marzo 2009, firmato tra l’ex presidente Joseph Kabila e il gruppo armato Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp). Altre tensioni sono causate dalle Forze democratiche alleate (Adf), gruppo armato islamista.

Ma un simile scenario altro non è che una polveriera destinata ad esplodere periodicamente. Per questo, a maggio del 2021, l’attuale presidente Félix Tshisekedi ha dichiarato lo stato di assedio in due province particolarmente devastate dai conflitti, il Nord Kivu e l’Ituri , dove le autorità civili sono state sostituite da autorità militari. Lo stato di assedio è stato poi prorogato nel 2023.

Ed è proprio nell’Ituri, precisamente a Bunia, che ha operato padre Marchetti, durante l’ultimo anno della sua missione, prima di rientrare in Italia. In precedenza, racconta, era stato anche «nella zona di Kasongo, nel Maniema. Poi ho fatto esperienza a Bukavu, Boma e Lubumbashi, nel sud». In tre decenni di missione, il religioso ha vissuto anche la drammatica esperienza del rapimento, per mano di un commando di ribelli: «È accaduto alla fine degli anni ’90 — ricorda —, stavo facendo visita ad alcuni fedeli in un villaggio quando è esploso uno scontro armato nelle foreste vicine. Sono stato sequestrato per quasi tre settimane, poi sono riuscito a scappare».

Ma nonostante tutto, padre Marchetti traccia un bilancio positivo della sua permanenza in Africa: «È stata un’esperienza missionaria e umana molto interessante — spiega —, perché segnata dall’incontro con altre culture, il che mette in discussione il proprio modo di vedere le cose». Della Repubblica Democratica del Congo lo hanno colpito «la vivacità del territorio e il suo stile di vita meno organizzato, ma più fantasioso. A livello ecclesiale, c’è molto fervore, con grandi numeri e l’impegno molto marcato di tante persone. Mi hanno colpito tanto anche la situazione drammatica della povertà [un alto tasso di indigenza riguarda il 52 per cento della popolazione n.d.r.], nonché il forte impatto della violenza».

Il missionario si sofferma, poi, sulle speranze di pace per il Paese: un obiettivo complesso, dice, perché «gli elementi in gioco sono tanti: chi riesce a prendere il potere, riesce a mettere le mani anche sulle ricchezze del Paese. Pertanto, la violenza e la legge del più forte sembrano predominare. Una possibile soluzione potrebbe essere quella puntare sulla presa di coscienza della popolazione, affinché comprenda la necessità di un’unità nazionale, oggi ancora lontana».

A pesare sul difficile raggiungimento della riconciliazione sono anche le mire degli investitori esteri, contro le quali si è levata pure la voce di Papa Francesco, in visita nella nazione congolese a gennaio 2023: «Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo, giù le mani dall’Africa — ha detto il Pontefice —! Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare. L’Africa sia protagonista del suo destino!». Un grido rievocato da padre Marchetti, che poi aggiunge: «Sicuramente molti investitori esteri sono attirati dalle ricchezze del Paese, ma anche a livello interno prevale la ricerca del profitto» a tutti i costi.

Poi, volgendo lo sguardo alla Pasqua imminente, il “padre bianco” torna con la memoria alla solennità vissuta nei villaggi rurali congolesi: «Una festa al di fuori degli schemi, celebrata con grande semplicità, vicina all’essenziale e molto sentita al livello interiore. La Parola di Dio, la celebrazione della propria fede in contesti del genere crea un clima interiore di grande accoglienza». In simili territori, aggiunge, l’evangelizzazione «deve puntare sulla testimonianza: una volta che si riesce a vivere la fede, la gente ti segue. E il compito missionario non riguarda solo i sacerdoti, bensì tutta la comunità, con tutte le persone che trasmettono la dimensione gioiosa della fede». Non a caso, tra i tanti ricordi che porta con sé, padre Marchetti ne cita due: «La fede di tante donne, di tante mamme congolesi che hanno sempre dimostrato un grande entusiasmo e un grande impegno in ogni cosa. E poi, la grande solidarietà che ho trovato tra la gente, anche nei momenti più duri, più difficili della guerra». «Si viveva nel pericolo — conclude —, ma ci si sosteneva insieme e insieme si andava avanti». Un ricordo del passato, ma anche una speranza il presente e per il futuro.


 

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31 marzo 2024, 09:30