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Rifugiati Rohingya del Myanmar Rifugiati Rohingya del Myanmar  (AFP or licensors)

Myanmar. La Chiesa di Mandalay chiama i cattolici a pregare per la pace

Escalation di violenze la scorsa settimana nel Paese del sud est asiatico e la Chiesa chiede ai cattolici unità e preghiere

Anna Poce – Città del Vaticano

Monsignor  Marco Tin Win, arcivescovo di Mandalay, ha invitato tutti i cattolici - clero, religiosi e laici - riporta UCA News, ad unirsi a lui nella preghiera per il Myanmar, dilaniato da "Covid-19, fame, guerra civile e torture". Il presule nei giorni scorsi ha chiamato i fedeli ogni sabato sera ad un’ora di Adorazione e ha esortato a celebrare l’Eucarestia della prima domenica di ogni mese con l’intenzione della pace. L'arcivescovo Tin Win ha invitato a non perdere la speranza e ad avere una profonda fede in Dio in mezzo alla paura, all'ansia e alla disperazione che attanagliano il Paese.

Escalation di violenze

Intensi combattimenti tra la giunta militare e le forze ribelli hanno interessato, negli ultimi mesi, gli Stati Kayah, Chin e Karen, prevalentemente cristiani, dove i civili sono stati costretti a lasciare le loro case e a fuggire cercando rifugio anche nelle istituzioni ecclesiastiche. Le libertà politiche, economiche e sociali che avevano iniziato a germogliare nel 2011, dopo più di cinquant’anni di governo militare, sono state bruscamente interrotte dal colpo di Stato militare lo scorso febbraio che ha dato origine a disordini e ad una crisi sociale profonda.

Più di 1400 morti e migliaia di sfollati

Al 3 gennaio, circa 192.300 persone sono state segnalate come sfollate nella regione sudorientale che comprende Kayah, Karen, Mon e Tanintharyi, e circa 4.700 persone hanno attraversato la vicina Thailandia, secondo un rapporto delle Nazioni Unite dell'11 gennaio. Più di 1.550 case e altre proprietà civili, tra cui chiese e scuole, sono state distrutte o bruciate e 157.500 persone sfollate a Sagaing, Magway e Chin, si legge sempre nel rapporto. La lotta contro i civili e i manifestanti pro-democrazia ha portato a più di 1.000 morti e più di 10.000 persone alla detenzione. "Quando cesseranno decenni di guerra civile in Myanmar?” si è chiesto il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, nell’appello lanciato il 26 dicembre scorso. “Quando potremo godere di una vera pace, della giustizia e della vera libertà? Quando smetteremo di ucciderci l'un l'altro?".

La condanna dell’Unicef

Anche Debora Comini, direttore regionale dell’Unicef per l’Asia orientale e il Pacifico, ieri, in un comunicato stampa dell’organizzazione umanitaria, ha condannato l’uccisione, la scorsa settimana, di almeno 4 bambini e il ferimento di molti altri a causa delle violenze nel Paese. In questa circostanza, l’Unicef ha ribadito di essere “profondamente preoccupato per l’escalation del conflitto” nella nazione e ha condannato l'uso di attacchi aerei e armi pesanti in aree civili. Ha inoltre chiesto “azioni urgenti per assicurare indagini indipendenti su questi incidenti, così che i responsabili possano essere chiamati a risponderne”.

Priorità assoluta: la protezione dei bambini

“Siamo particolarmente indignati per gli attacchi contro i bambini che si sono verificati durante questa escalation di combattimenti in tutto il Paese” ha dichiarato la Comini, aggiungendo che “le parti in conflitto devono trattare la protezione dei bambini come priorità assoluta e intraprendere tutte le azioni necessarie ad assicurare che i bambini siano tenuti lontani dai combattimenti e che le comunità non vengano usate come obiettivi. Questo – ha concluso - è richiesto dal Diritto internazionale umanitario e dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, cui il Myanmar è firmatario”.

13 gennaio 2022, 11:51