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L’appello dell’Ordine di Malta: il Libano perde la speranza, chi può lo aiuti

La drammatica situazione dello Stato mediorientale nel rapporto della Banca Mondiale, che descrive la grave e prolungata depressione economica di quella che un tempo era una nazione florida. Marwan Sehnaoui, presidente dell’Associazione dell’Ordine nel Paese: abbiamo triplicato la nostra attività sanitaria, è necessario salvare l’identità cristiana

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

È tra le peggiori crisi economiche al mondo dal 1850: è quella che sta vivendo il Libano, la cui economia, nell’anno in corso, si contrarrà di quasi il 10% e di cui non c’è alcuna chiara inversione di tendenza in vista. La drammatica analisi è contenuta in un rapporto pubblicato martedì primo giugno dalla Banca Mondiale. Il Paese, andato in default lo scorso anno, è schiacciato dalla povertà, dalle conseguenze della pandemia di Covid, dalla devastante esplosione al porto di Beirut dello scorso agosto, nella quale morirono oltre 200 persone, con interi quartieri distrutti. Oltre metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, la disoccupazione aumenta, così come il numero di tutti coloro che lottano per accedere ai servizi essenziali, sanità compresa. A tutto questo si aggiunge la necessità di dover provvedere a una crescente popolazione di rifugiati siriani, che si sommano alle decennali presenze palestinesi ed irachene. Una situazione di grave difficoltà per un Paese da sempre nel cuore di Francesco e al quale il Papa ha rivolto un pensiero la scorsa domenica all’Angelus.

In questo quadro di devastazione generale, si fanno avanti la società civile e le organizzazioni umanitarie, che hanno dovuto sostituirsi ad uno Stato non in grado di sostenere la popolazione, soprattutto i gruppi più vulnerabili. L’Ordine di Malta, nei suoi 60 anni di vita in Libano, è riconosciuto come un attore importantissimo in prima linea nell’assistenza sanitaria di base e diviene sempre più riferimento anche sul fronte della formazione e dell’educazione. Marwan Sehnaoui, presidente dell’Associazione dell’Ordine di Malta libanese, descrive a Vatican News il calvario che sta vivendo il Paese e le circostanze nelle quali l’Ordine si trova a lavorare, e conferma le responsabilità gravissime da imputarsi alle scelte della classe politica, le cui “corruzione e incompetenza”, come scrive la Banca Mondiale nel rapporto, sono in gran parte all’origine del crollo economico.

Ascolta l'intervista con Marwan Sehnaoui

Il mio Paese non ha mai conosciuto una situazione così’ drammatica come quella che sta vivendo ora. Il sistema ha fallito per vari motivi, sicuramente uno riguarda la politica del nostro governo e dei nostri governanti che è totalmente carente, che ha rovinato il Paese, che lo ha venduto, che lo ha rubato. Il popolo soffre ed è innocente per quanto accade, soltanto coloro che lo hanno portato a questo punto sono i grandi responsabili ed i grandi colpevoli. Questo paese non ci appartiene più, prima è stato della Siria, oggi è, chiaramente, sottomesso all’occupazione delle milizie filo-iraniane. Per la prima volta, questo Paese ha fame, è malato e ha bisogno di essere curato. Ha perso la sua istruzione, vive la fuga dei cervelli, l’emigrazione è enorme, il potere d’acquisto è totalmente inesistente. Tutti abbiamo letto il rapporto della Banca Mondiale, bisogna sapere che oltre il 60% della popolazione vive sulla soglia di povertà, che il potere d’acquisto della moneta ha perduto circa il 90% del suo valore, che il dollaro che veniva scambiato a 1.500 lire libanesi, oggi è a 3.000, che la disoccupazione ha superato il 40%, che i salari sono rimasti fermi. Oggi lo stipendio medio è di circa 200 dollari al mese per persone che hanno anche i loro beni bloccati dalle banche. Oggi, il grande pericolo, al di là della miseria, è che il Libano, Paese parte della Terra Santa - dove esiste una popolazione cristiana libera e libera di esprimersi in quanto cristiana - per la prima volta possa perdere la sua identità, e se in questo momento non dovessero esserci più cristiani liberi, cosa diventerà la Terra Santa? Soltanto un affresco di storia che i bambini leggeranno nei libri, quando invece la Terra Santa deve restare viva. Negli ultimi 40 anni abbiamo conosciuto tante guerre, ma è sempre rimasta la speranza, che invece oggi non c’è più. Dunque, sì, direi che è veramente un dramma e una catastrofe che il Libano non merita perché è un Paese messaggio, per l’Oriente e l’Occidente: così Giovanni Paolo II l’ha consacrato, questo è quello che Papa Francesco ha ripetuto e quello che Benedetto XVI ha confermato quando è venuto a presentare l’esortazione apostolica. 


L’Ordine di Malta come sta reagendo a questa grave situazione?

L’Ordine di Malta è al servizio della povertà e della sofferenza e, considerando lo stato in cui si trova il Paese, abbiamo deciso di raddoppiare, di triplicare la nostra azione, perché oggi dobbiamo essere la fonte della speranza, al di là della confessione religiosa. Noi siamo apolitici, ma siamo cittadini e cristiani impegnati, con quella apertura di cui Papa Francesco parla nelle sue omelie e nei suoi viaggi. Quindi, noi abbiamo trovato, grazie a Dio, il modo di triplicare il nostro impegno in campo sanitario, e siamo divenuti un’eccellenza. Ci occupiamo di disabili, di giovani, abbiamo anche dato il via ad una nuova azione che abbiamo definito agro-umanitaria. L’Ordine, oggi, è un riferimento perché rispettato e accettato dalle comunità. Lavoriamo bene con i cristiani, ma anche con l’islam sunnita, con quello sciita, con i drusi. Ci rispettano, noi manteniamo fede al nostro pensiero: non ti chiedo né la tua razza, né il tuo colore, né la tua religione, ma dimmi qual è la tua sofferenza. 


Ci diceva che avete lanciato un progetto agro-umanitario, si chiama Healthy we grow, a sostegno dei piccoli agricoltori libanesi per mantenere la produzione e migliorare la resilienza. Perché avete scelto questo settore?

Prima di tutto perché le persone hanno fame. Capirete che con i mezzi che ci sono, e quando l’80% di ciò che occorre è importato, una famiglia non può più sfamarsi se non per due o tre giorni. Piuttosto che distribuire pacchi alimentari, abbiamo pensato di far riflettere le persone a lungo termine, il che significa che da una parte si aiuta la popolazione a mantenere la sua terra, dall’altra le si insegna a coltivare prodotti necessari a tutti, dall’altra a svilupparli a livello industriale.

All’ultimo Angelus, quello di domenica 30 maggio, il Papa ha annunciato per il primo luglio prossimo l’incontro con i rappresentanti delle comunità cristiane del Libano per pregare per la pace e la stabilità. Quale importanza ha per il Paese, per le comunità cristiane del suo Paese, la parola di Francesco?

Io ho un'ammirazione sconfinata per Papa Francesco e ho avuto l’occasione di incontrarlo più volte, così come il cardinale segretario di Stato Parolin, per il quale egualmente nutro profondo rispetto. Io so quanto sia il Papa sia il cardinale abbiano a cuore il Libano, dalla prima lettera inviata dal Papa ai libanesi a Natale, fino alle raccomandazioni che non ha mancato di rivolgere in più occasioni al popolo. Io so che oggi Francesco si batte perché il nostro Paese non perda la sua identità, perché sia capace, un giorno, di resuscitare da questa situazione nella quale si trova. L’incontro che ha organizzato per il primo luglio in Vaticano con gli uomini di Chiesa cristiani del nostro Paese sarà importante per ascoltarli e per trovare con loro - prima di tutto nella la preghiera e nella fede, e poi in modo pratico - strumenti concreti affinché si possa avanzare sul cammino della pace. Oggi il mondo, gli uomini hanno perduto la ragione, è necessario tornare ai veri valori, dell’amore e della fraternità, c’è bisogno di dimenticare i valori materialisti che hanno ucciso il mondo, di dimenticare l’interesse personale che ha ucciso la popolazione e le persone innocenti. Il Santo padre oggi va in questa direzione, ci mostra il cammino e oggi lui sa che la Terra Santa del Libano è una necessità non soltanto per la cristianità non soltanto per la regione, ma per il mondo che ha bisogno di questo Paese di 10.452 chilometri quadrati che ha sofferto e che ha bisogno di ritornare a essere un luogo di pace, dove uomini e donne di buona volontà potranno costruire un mondo migliore. Tutti coloro che hanno la possibilità di aiutarli a riuscire devono farlo, è un dovere ed è quello che facciamo noi.

04 giugno 2021, 14:40