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In fila per ricevere la prima dose del vaccino a Rio de Janeiro In fila per ricevere la prima dose del vaccino a Rio de Janeiro

Covid in Brasile, Giovenale: servono vaccini

Monsignor Flavio Giovenale, vescovo di Cruzeiro do Sul, nell’Amazzonia brasiliana, racconta a Vatican News le difficoltà di procedere alla vaccinazione in una regione caratterizzata da grandi distanze geografiche. “La pandemia è una lezione anche per la Chiesa. Mi sento chiamato come pastore a resistere anche a nome delle pecore”

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Il Brasile conta attualmente più di 389.000 vittime dall'apparizione del primo caso di Covid-19 nel febbraio 2020, numeri che lo rendendo il secondo Paese con più morti al mondo per la pandemia dietro agli Stati Uniti “È possibile superare la pandemia, è possibile superare le sue conseguenze, ma ci riusciremo solo se saremo uniti”, aveva ricordato lo scorso 16 aprile Papa Francesco in un videomessaggio rivolto ai vescovi brasiliani riuniti online per la loro 58.ma Assemblea plenaria. Lo conferma, dall’Amazzonia brasiliana, monsignor Flavio Giovenale, vescovo di Cruzeiro do Sul, nello Stato del Acre. Il presule, missionario salesiano di origini piemontesi, è stato per anni alla guida della Regione Norte II della Conferenza episcopale brasiliana e nel 2019 ha partecipato come padre sinodale all’assemblea speciale per la Regione panamazzonica. Ai microfoni di Radio Vaticana spiega come, nella sua diocesi di quasi 130mila chilometri quadrati, la vaccinazione proceda molto lentamente, sia per la mancanza di vaccini che per le grandi distanze geografiche. “La pandemia - racconta - ha mostrato a noi vescovi la capacità di solidarietà e speranza del popolo di Dio. In questo momento mi sento chiamato come Pastore a resistere anche a nome delle pecore”. Di seguito la trascrizione dell’intervista.

L'intervista al vescovo Flavio Giovenale

Qual è la situazione dei contagi nella vostra diocesi?

R.- La prima ondata dello scorso anno era stata molto leggera, anche perché molti comuni della diocesi avevano deciso autonomamente di effettuare subito il “lockdown”, cioè chiudere tutto, e il fatto poi che qui i comuni sono molto distanti l’uno dall'altro aveva facilitato enormemente la lotta al virus. Invece quest'anno la seconda ondata è stata molto più forte. Confermo che purtroppo abbiamo avuto molti più decessi, rispetto alla prima ora però, grazie a Dio, e alle misure che sono state prese, i contagi stanno diminuendo.

Con quali strumenti combattete la pandemia?

R.- La prima cosa che facciamo è un’intensa propaganda affinché siano usate le mascherine e sia rispettato il distanziamento. In molti casi poi i comuni hanno deciso di chiudere il commercio durante alcuni giorni o in alcuni orari per diminuire il numero delle persone che circolano nelle vie pubbliche. Allo stesso tempo però in questa regione si combatte il virus facendo un grande uso della medicina tradizionale: decotti, olii. Tutti rimedi che storicamente aiutano molto la popolazione dell'interno di queste regioni ad affrontare le malattie e che penso - anche in questo caso - abbiano dato un aiuto considerevole alla prevenzione del contagio.

Monsignor Flavio Giovenale al Sinodo panamazzonico
Monsignor Flavio Giovenale al Sinodo panamazzonico

Di cosa avreste bisogno per contrastare adeguatamente il virus?

R.- In questo momento avremmo bisogno di vaccini! La vaccinazione qui sta andando molto adagio. La grande sfida che noi abbiamo sono poi le grandi distanze che bisogna percorrere per accedere ai villaggi. Metà della popolazione della diocesi vive infatti nei grandi centri urbani, ma tutti gli altri sono sparsi in piccoli insediamenti. Bisogna pensare che nella nostra diocesi ogni comune è più grande di una regione italiana, più grande del Piemonte e della Valle d'Aosta messe insieme. Alle volte, per andare a trovare tre, quattro o cinque famiglie bisogna intraprendere anche mezz'ora di navigazione per spostarsi dall’una all’altra, perché non ci sono strade. La grande sfida per portare il vaccino a tutti sono le distanze geografiche.

Come prosegue il lavoro pastorale in questa situazione?

R.- Il lavoro pastorale è continuato attraverso i mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione e cioè soprattutto attraverso internet. In molte zone qui infatti non arriva la televisione, ma arriva la rete, perché vicino alle scuole o centri di amministrazione pubblica spesso c’è la connessione a disposizione dei villaggi, specialmente nelle zone interne. Stiamo perciò utilizzando molto il web, e poi - soprattutto nei mesi in cui c'è stata una certa apertura – abbiamo cercato di portare avanti le nostre attività pastorali abituali. Qui, tutte le parrocchie hanno dei giorni specifici per la distribuzione della comunione, per la confessione, per il contatto personale con il parroco. Pur nel rispetto, naturalmente, delle misure di sicurezza stiamo cercando di essere molto vicini alla popolazione. Utilizziamo anche molto la distribuzione del materiale stampato, soprattutto per le famiglie dell'interno, per le persone anziane o per chi non ha internet. Cerchiamo perciò di usare anche i mezzi tradizionali, quelli semplici, che possano arrivare a tutte le persone. Inoltre abbiamo sostituito le processioni, in particolare quelle delle feste patronali, con delle processioni fatte in automobile: qui le chiamiamo “carreate” e devo dire che sono state un successo, sono manifestazioni molto belle, è un fenomeno interessante e certamente sono iniziative che ci hanno permesso di pensare a un futuro differente. Siamo ormai consapevoli che la nuova normalità pastorale sarà diversa dalla normalità del 2019.

 Come pastore cosa le sta insegnando questo momento di prova?

R.- La cosa che mi colpisce di più è la solidarietà. La solidarietà del popolo, delle persone, che si aiutano reciprocamente per alleggerire la sofferenza di tutti, per far sì che ognuno possa avere un po’ di speranza. Poi mi ha colpito proprio questa speranza, questa capacità di stare vicino agli altri, non per illudere le persone, ma per dire: “dai che ce la faremo, dai che vinceremo, dai che andiamo avanti e tutto questo passerà”. Qui si dice “facciamo la nostra parte, Dio fa la sua e vinceremo insieme”. Ecco, “insieme” questa è la parola più forte, più importante in questo periodo. C’è la consapevolezza che da soli non possiamo farcela, invece “insieme” riusciremo a vincere. Perciò quello che sto imparando è questa capacità di dare speranza. Ma ho imparato anche il valore della resistenza. Molte volte infatti ci si concentra sui nuovi progetti, sulla necessità di andare avanti. Alle volte però la vera forza consiste nella capacità di resistere. In questo momento per me la vera forza è resistere come pastore anche a nome delle pecore. Alle volte mi sento anche stanco, ma so che la mia missione è quella di aiutare gli altri a rialzarsi. Se non possiamo correre, camminiamo, se non possiamo camminare possiamo spostarci in altro modo, ma resistiamo, non ci arrendiamo. L’ultima cosa che ho imparato è che lo Spirito Santo ci ha indicato in questo momento nuovi mezzi di evangelizzazione come le reti sociali, la radio, la televisione. È stato un invito ad approfondire nuove metodologie. Penso che questa pandemia è stata per noi una buona lezione. Già Giovanni Paolo II ci spronava a cercare nuovi metodi per la Nuova Evangelizzazione, ma alle volte avevamo dato solo dei piccoli ritocchi. Adesso invece abbiamo dovuto necessariamente reinventare molte cose e penso che queste novità non siano momentanee ma destinate a rimanere e a spingerci verso una nuova mentalità.

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26 aprile 2021, 14:00